giovedì 30 ottobre 2014

PRIORITÀ


È abitudine di molti (me compresa) dire 'non ho tempo', quando mi trovo in difficoltà nell'inserire qualcosa nel mio calendario. 'Non ho tempo' per fare questo, quest'altro, e quest'altro ancora.  Partiamo da un dato di fatto oggettivo: il tempo non è mai abbastanza per fare tutto ciò che vorremmo e dovremmo fare. Una giornata è fatta di sole 24 ore, purtroppo, e se togliamo le ore dedicate al riposo notturno, quelle dedicate ai pasti, e quelle dedicate al lavoro, ne rimangono ben poche. Questo, ripeto, è un dato di fatto oggettivo e inconfutabile, come anche il fatto che non abbiamo, ahimè, il dono dell'ubiquità. La naturale conseguenza di tutto ciò è che non possiamo fare tutto. E quindi dobbiamo SCEGLIERE. Ed è proprio nel fare una scelta che stabiliamo le nostre priorità. Spesso però fare una scelta è difficile, perché difficile è proprio stabilire le nostre priorità. Se non abbiamo ben chiari i nostri valori, ossia ciò che è più importante per noi e ciò che vogliamo davvero dalla vita, non saremo mai in grado di fare le scelte giuste, quelle più funzionali per noi e per quello che vogliamo raggiungere e ottenere. Sappiamo a cosa dare priorità solo se sappiamo prima di tutto cosa vogliamo davvero. Ogni giorno siamo chiamati a scegliere cosa fare della nostra vita, al di là di pochissime cose che non possiamo scegliere. E se qualcosa ci preme veramente, ed è davvero importante, il tempo lo troveremo. Non oggi, non domani, forse, ma prima o poi lo troveremo. Le scelte sono solo una questione di priorità. Per questo sarebbe bello sostituire la frase 'non ho tempo per...' con 'non è una mia priorità'.

martedì 14 ottobre 2014

GIACCHETTE BIANCHE

Mesi fa, in un posto di lavoro nel quale non mi recavo da molti mesi, mi è stato chiesto se avessi smarrito una giacchetta bianca. Io, senza alcuna esitazione, ho risposto di no, che non era mia. Che me ne sarei accorta, se l'avessi persa. Ma una persona ha insistito nel farmela vedere e, con mia grande sorpresa, ho scoperto che era proprio la mia! Era una giacchetta di mezza stagione, che in quel momento non avrei messo perché era inverno. Probabilmente me l'ero dimenticata lì in autunno, e poi non ne avevo avuto più bisogno perché era arrivato l'inverno. Da lì è partita una mia riflessione: la mancanza che sentiamo delle cose e delle persone che ci circondano, a cui siamo abituati, e delle cose che facciamo, è indissolubilmente legata ai nostri bisogni. Se non sentiamo il bisogno di qualcosa o qualcuno non ne sentiamo la mancanza. E, spesso, se non ne sentiamo la mancanza non ci rendiamo conto di quanto questa cosa sia importante. Ci manca tutto ciò che va a soddisfare i nostri bisogni primari, ci manca come l'ossigeno, talvolta. Ci manca tutto ciò che con la sua assenza va a diminuire la qualità della nostra vita. Ci manca ciò che ci serve per stare bene. Quella povera giacchetta bianca sarebbe rimasta lì fino al prossimo autunno, fino a quel momento in cui, sentendo un po' di freddino, mi sarei chiesta: 'ma dove è finita quella giacchetta bianca che avevo?' E sarei impazzita a cercarla, magari invano. Questo è uno sciocco esempio, un banalissimo aneddoto. Ma spesso trattiamo le persone proprio come quella giacca.. Le lasciamo lì, in un angolo, fintanto che non ci servono, che non ci sono utili. Fintanto che un nostro bisogno non può essere soddisfatto senza la loro presenza. Forse dovremmo ricordarci più spesso che se è arrivato l'inverno e l'autunno è alle spalle poi arriverà la primavera, l'estate e poi di nuovo l'autunno. Dovremmo ricordarci che avremo di nuovo bisogno di quella giacca. Per scaldarci nel giusto modo, nel modo in cui avremo bisogno. Non troppo e non troppo poco. Ricordarci che ci ha scaldati fino a un attimo prima, e che ci scalderà ancora un attimo dopo. Tutti noi siamo giacchette bianche, tutti utili, nessuno indispensabile, soprattutto non in ogni momento della nostra vita. Ma cerchiamo di avere attenzione e rispetto, di ricordarci di ogni giacchetta bianca dimenticata, di non darla mai per scontata, perché  il giorno che ne avremo bisogno potremmo non trovarla più a nostra disposizione.

mercoledì 1 ottobre 2014

SPRECHI

Da sempre mi piace studiare le persone, capire la loro mappa del mondo, il loro modo di vedere la vita e di viverla. Ho molti amici e molte conoscenze, e con estrema curiosità osservo il loro comportamento e ascolto il loro modo di ragionare. Vedo e sento sempre più spesso persone imprigionate nelle loro paure, fobie, ossessioni, o comunque comportamenti patologici e disagi psicologici che, anche quando non sono invalidanti, sono fortemente limitanti. Molte di queste persone non fanno assolutamente niente per uscirne, per cambiare, o che, come criceti, girano incessantemente sulla stessa ruota, consumando energie inutilmente e restando sempre allo stesso punto.Io, che lavoro incessantemente su me stessa da quando sono adolescente, talvolta anche eccessivamente, cercando sempre nuovi percorsi, nuove soluzioni, nuove idee, mi sono sempre chiesta il perché. So quanto sia terribile stare male, e mi sono sempre chiesta come a queste persone a un certo punto  se non arriva la spinta per andare verso un benessere, non arrivi almeno quella per fuggire da quel malessere. Credo di aver trovato una risposta, magari una delle tante possibili, quando recentemente mi sono soffermata a pensare a quanto sia prezioso per me il tempo. Credo che molte persone non vogliano cambiare, non vogliano liberarsi delle loro patologie, proprio per non rendersi conto di quanto tempo hanno sprecato e di quanta vita hanno sacrificàto in  nome di una patologia, o comunque di un comportamento disfunzionale. Talvolta è più facile raccontare a se stessi che il proprio modo di vivere è quello giusto o comunque l'unico possibile, piuttosto che ammettere che la propria vita è stata per molti versi un percorso tortuoso fallimentare e che invece, con un po' di impegno, avrebbe potuto essere un percorso rettilineo e produttivo. Non tutti siamo in grado di sopravvivere alla rabbia e alla disperazione che possono sopraggiungere quando finalmente si aprono gli occhi e si capisce cosa e dove abbiamo sbagliato, e perché. Non tutti siamo in grado di accettare la responsabilità della propria vita e capire che avremmo potuto fare qualcosa di diverso se solo ne avessimo avuto il coraggio. È molto più facile dirsi che questo è stato il nostro destino e che sì, ci abbiamo provato, ma non ci siamo riusciti. Una cosa è l'accettazione del proprio carattere, della propria indole, dei propri limiti, delle proprie paure. Un'altra è la rassegnazione. Accettarsi non significa rassegnarsi. Accettarsi significa volersi bene, e il volersi bene implica anche impegnarsi per migliorare se stessi e la propria qualità di vita. Perché poi, alla fine, di questo si tratta. Vivere la vita che ci è stata donata nel miglior modo possibile, e cercare di non sprecarla.

mercoledì 17 settembre 2014

DAMMI UN CONSIGLIO

Credo sia capitato ad ognuno di noi di trovarsi in una situazione difficile, o di dover prendere una decisione, e chiedere un parere, un consiglio, a qualcuno. Questo qualcuno può essere un amico, un familiare, un collega, o anche un semplice conoscente. Sicuramente qualcuno che, per qualche motivo, ci ispira fiducia. Spesso, però, a mio parere, nell'atto del chiedere il consiglio viene commesso un errore di fondo, un grossissimo, fatale, errore: il rivolgersi a qualcuno di fiducia, sì, ma che non ha le competenze adatte per dare consigli nell'ambito in cui li chiediamo. Un ottimo amico con una vita sentimentale disastrosa, ad esempio, non è la persona adatta a cui chiedere consiglio su un problema di cuore. Ho riflettuto molto sull'ostinazione di certe persone a chiedere consigli e pareri a coloro che hanno fallito come o più di loro, e credo di aver tratto una mia personalissima conclusione: spesso le persone non vogliono davvero buoni consigli, vogliono solo sentirsi avallate e appoggiate nei loro fallimenti. Spesso vogliono la pacca sulla spalla, vogliono solo sentire che non sono le uniche a sbagliare, che sono in buona compagnia. In fondo in fondo, rifuggono il consiglio di una persona davvero esperta, che ha davvero avuto successo, perché hanno paura di non essere all'altezza di seguire quel consiglio, e quando hanno l'immensa fortuna di riceverlo lo accantonano con improbabili giustificazioni, come il fatto  che quel consiglio non si addice al loro carattere, o che la persona in questione non ha davvero capito il loro problema. Personalmente, se chiedo un consiglio, non ritengo tanto importante la fiducia che mi ispira a pelle la persona, o il legame che mi unisce ad essa, quanto la competenza di quella persona nell'ambito in cui mi serve il parere. E non c'è che un modo per capirne la competenza: osservare la sua vita. Se è una vita di successo, o almeno io la ritengo tale, ascolto con attenzione e umiltà e cerco di mettere in pratica quanto mi viene insegnato. Ma se la vita di quella persona è fallimentare, per quanto affetto io possa provare per quella persona, non perdo tempo ad ascoltare e tantomeno a chiedere lezioni di vita e consigli. Per quanta bravura e saggezza possiamo dimostrare, infatti, sono solo i nostri risultati, la nostra vita, a parlare di noi. La teoria sarà sempre qualcosa di utile ma di molto sterile se non accompagnata dalla pratica. C'è solo un modo davvero efficace per consigliare gli altri: essere di esempio.

mercoledì 16 aprile 2014

LEZIONE DI NUOTO

Da piccola, avevo il terrore di fare una delle cose che oggi amo di più al mondo: nuotare. Non riuscivo a capire in base a quale strano principio un corpo riuscisse a galleggiare. Vedevo gli altri, bambini e adulti, nuotare allegramente e serenamente da soli  e non mi capacitavo di come facessero. Perché io non ci riuscivo? Perché mai continuavo ad andare giù, a fondo, sempre più pesante, sempre più goffa, nonostante facessi mille sforzi per riuscire a stare a galla? Ero convinta di essere sbagliata, di avere qualche deficit fisiologico che mi impedisse di convivere serenamente con l'acqua. Ero convinta che gli altri conoscessero qualche tecnica segreta che io non riuscivo a comprendere e a mettere in pratica. Pensavo di non essere abbastanza forte. Forte come tutto il resto del mondo. Mi dicevo che probabilmente io non ero capace di sforzarmi come gli altri. Pensavo che per galleggiare bisognasse lottare contro la forza dell'acqua che cercava di tirarti giù e di farti affogare. Pensavo di non fare abbastanza sforzi. Ignoravo totalmente che di sforzi non ne dovessi proprio fare, e che fosse sufficiente lasciarmi andare, affinché il mio corpo potesse galleggiare come tutti i corpi del mondo.   Lo capii per puro caso un pomeriggio all'Isola d'Elba, già tredicenne, quando in acqua con mio padre, che sapeva nuotare benissimo, gli dissi: 'Basta, mi arrendo. Non farò più alcun tentativo per imparare a galleggiare o a nuotare. Mi limiterò a camminare, a passeggiare dentro l'acqua' . E a quel punto inciampai. Misi il piede in malo modo e inciampai. Persi l'equilibrio e mi ritrovai a galleggiare. Spontaneamente feci dei gesti con le gambe e con le braccia e mi ritrovai a nuotare a rana. 'Ecco, così! Stai nuotando!' disse mio padre. 'E' davvero così' semplice?' chiesi. 'Sì' disse lui. Un sì assolutamente disarmante, uno di quei sì che ti fanno sentire piccola e stupida. Uno di quei sì che ti ricordi per sempre perché sono lezioni di vita. Per stare a galla, per sopravvivere, per riuscire ad uscire da situazioni difficili, complicate, talvolta dolorose, è spesso necessario, più di ogni altra cosa, lasciare e lasciarsi andare, affidarsi, lasciarsi trasportare dalla corrente, fiduciosi che se anche quella corrente dovesse portarci al largo prima o poi ci riporterà a riva. Per trovare l'equilibrio bisogna prima perderlo per un istante. Per sentirsi leggeri e coccolati dall'acqua bisogna fidarsi, di quell'acqua. Provo tanta tenerezza per quella bambina che detestava il nuoto. E' la stessa bambina che poi, diventata donna, in più di una occasione ha detestato la vita,  ed è la stessa bambina che diventata ancora più donna, ora ama sia il nuoto che la vita.

martedì 25 marzo 2014

L'ANGELO NELLA PIETRA

Qualche tempo fa ho letto da qualche parte che fu chiesto a Michelangelo come facesse a scolpire angeli così belli e che questa fu la sua risposta: 'Io vedo l'angelo nella pietra e rimuovo tutto quello che gli sta intorno.' Questa frase mi ha portato a grandi riflessioni su me stessa, sulla mia vita, e soprattutto su un percorso di crescita personale che mi riguarda da vicino.  La prima cosa su cui ho riflettuto è la capacità di vedere l'angelo. Non nasciamo tutti Michelangelo, dobbiamo venire a patti con questo. Non abbiamo tutti la capacità di vedere quell'angelo con la stessa immediatezza, lo stesso intuito, la stessa sensibilità, lo stesso occhio. Possiamo comunque allenarla, questa capacità. Possiamo allenare l'abilità di vedere la luce che sta in noi e negli altri. Possiamo vedere l'angelo nella nostra pietra e in quella altrui, anziché ostinarci a vedere solo la banale pietra, che sappiamo essere spesso  uno scudo proprio per non mostrare quell'angelo al mondo, magari perché abbiamo paura che qualcuno potrebbe danneggiarlo, o magari solo perché vogliamo sfidare il mondo a scoprirlo, dimenticando che, appunto, non siamo tutti Michelangelo. Altre volte ancora pensiamo invece che l'angelo sia visibile a tutti, perché non ci rendiamo conto di quanta pietra intorno debba esser rimossa, affinché l'angelo sia visibile. Viviamo la nostra vita cercando di accumulare più conoscenze, nozioni, informazioni ed esperienze possibili per arricchire il nostro bagaglio e diventare sempre più consapevoli e conoscitori, nonché esperti, della vita. Quello di cui non ci rendiamo conto è che più il bagaglio si ingrandisce, più diventa pesante. Non ce ne rendiamo conto proprio perché la pesantezza del bagaglio irrobustisce i nostri muscoli, ci fortifica, aumenta la nostra resistenza e fa sì che non ci accorgiamo del peso, che non lo sentiamo più. E questo ha i suoi vantaggi, indubbiamente. Ma il peso c'è, eccome. E più aumenta, più ci logora e più limita i nostri movimenti, la nostra agilità e flessibilità. È necessario, a quel punto, fare ciò che faceva Michelangelo con la pietra intorno all'angelo: togliere, rimuovere, levare. È necessario avere il coraggio di prendere lo scalpello e dare la prima piccola picconata, ferma e decisa, facendo cadere un primo pezzo di pietra. È necessario avere il coraggio di sentire il suono della pietra che si infrange, di vederla andare in frantumi, e di sentire quella botta allo stomaco che sentiamo quando perdiamo qualcosa che ha sempre fatto parte della nostra identità. Perché a quella pietra intorno all'angelo, che ci impedisce di vederlo e di mostrarlo agli altri, noi, siamo molto affezionati. Perché rinunciare a quella pietra significa modificare la propria identità, e niente ci dà più sicurezza che mantenere e difendere la nostra  identità, anche quando questa ci limita e ci impedisce di vivere la vita che vorremmo. È necessario alleggerirlo, quel  bagaglio. È necessario lasciar andare ogni zavorra, per quanto utile e in qualche strano modo vantaggiosa. Il nostro cervello non porta con sé niente che sia inutile, e quindi ogni cosa, ogni comportamento, ogni abitudine, ogni nostra caratteristica e modalità,  per quanto limitante, per quanto poco produttiva e controproducente, ci è stata utile e forse tuttora lo è, in qualche modo. Ogni zavorra nasconde un vantaggio che non  vogliamo perdere, per qualche motivo a volte bizzarro. E solo dopo aver alleggerito il bagaglio possiamo sentire le nostre spalle finalmente alleggerite, e renderci conto di quanto ne avevamo bisogno. Solo dopo aver cominciato a scolpire la pietra, possiamo cominciare a intravedere l'angelo. Ci sono giorni in cui non abbiamo voglia di scolpire, giorni in cui vogliamo coccolare ancora un po' la nostra pietra superflua, giorni in cui vorremo goderci ancora un po' gli oggetti dentro il bagaglio. Dobbiamo venire a patti anche con questo. Forse anche Michelangelo aveva le sue giornate particolari, quelle in cui l'angelo proprio non lo vedeva, e quelle in cui non aveva voglia di vederlo e di scolpire. Ma continuava ad essere Michelangelo anche in quei giorni. Sapeva che l'angelo era visibile e che l'avrebbe visto di nuovo. Sapeva che era capace di scolpire, sapeva quali opere d'arte meravigliose era in grado di creare. Le stesse opere d'arte che siamo in grado di creare noi. Scultori di noi stessi e degli altri. Sempre, anche quando non ne abbiamo voglia, anche quando siamo occupati a  fare altro. Michelangelo è in ognuno di noi.



lunedì 10 marzo 2014

INCROCIO LE DITA E NON LE BRACCIA

È sempre stata mia abitudine (e, credo, non solo mia) usare l'espressione: 'Incrocio le dita' ogni volta che ho avuto a che fare con qualcosa che ho sperato  andasse a buon fine o con una situazione problematica che ho sperato si risolvesse. Pare che questo gesto scaramantico abbia origini religiose e sia nato nel Medioevo, epoca in cui si pensava che il diavolo potesse raggiungere le anime attraverso le dita e che incrociarle potesse dunque assicurare una sorta di protezione divina. Ai giorni nostri, comunque, è un gesto che significa soprattutto uno sperare in un po' di fortuna che faccia andare tutto bene.  Non sarò certo io a dire che la fortuna non esiste, è fuor di dubbio che un po' di fortuna occorra, e ci aiuti. È bello pensare che ogni tanto accada qualche piccola magia indipendentemente dalla nostra volontà, così come accadono cose molto meno piacevoli, e che siamo sorteggiati da una ruota che gira. È anche bello pensare, comunque, che gran parte di questa magia la creiamo noi, che ad ogni nostra azione corrisponda una reazione, anche a distanza nel tempo e nello spazio. È bello pensare, soprattutto, che il modo di reagire ad ogni evento, fortunato o sfortunato che sia, sia totalmente in nostro potere, e che faccia la differenza. Questo l'ho sempre saputo, ma l'ho capito davvero a livello profondo solo recentemente. Ricordo un giorno in cui, dopo mesi in cui incrociavo le dita per una cosa che non sapevo quale piega avrebbe preso, e per un periodo che non sapevo se sarebbe stato triste o felice, ho deciso (e sottolineo la parola 'deciso') che avrei fatto tutto ciò che era in mio potere per renderlo sereno e piacevole. Ero ben consapevole che non sarebbero comunque stati i giorni più felici della mia vita, perché le circostanze non lo avrebbero permesso, e proprio con questa consapevolezza, con questa presa di coscienza, non mi sono posta alcun traguardo utopistico e irrealizzabile. Mi sono solo detta che volevo con tutta me stessa che fossero giorni piacevoli nonostante le circostanze avverse; al massimo grado di piacevolezza che quelle circostanze potessero permettere, e che avrei fatto il possibile affinché fosse così. A quel punto, ho cominciato a farlo, il possibile. Ho cominciato ad agire e a chiedermi in che modo avrei potuto rendere quei giorni piacevoli. Mi sono chiesta cosa potevo fare, come potevo coinvolgere le persone attorno a me perché collaborassero e mi aiutassero nel mio intento. Talvolta non ci accorgiamo che incrociando le dita incrociamo anche le braccia e smettiamo di agire adagiandoci in una inerte posizione di attesa, come se dovessimo attendere i risvolti del destino senza poter fare niente per cambiarlo. Io, quel giorno, ho smesso di tenere le braccia incrociate e ho agito. E giorno dopo giorno, ho capito che le cose stavano già cambiando e prendendo la piega che volevo io, non quella che speravo prendesse il destino al posto mio. Sicuramente può sembrare più faticoso assumersi la responsabilità di programmare e creare la propria serenità anziché aspettare che ci venga regalata, ma personalmente trovo che la fatica sia maggiore nello stare lì a braccia conserte ad attendere che la vita decida per noi. E' come attendere l'esito di un intervento a cuore aperto di qualcuno che conosciamo e a cui vogliamo bene. Un senso di impotenza tremendo, snervante e frustrante. Diceva la grande psicologa statunitense Virginia Satir: 'La vita non è quella che dovrebbe essere. La vita è quella che è. E' il modo in cui l'affronti che crea la differenza'. Questa cosa la sappiamo tutti, e la sappiamo talmente bene che (io per prima) a volte troviamo il concetto banale e fastidioso. Eppure continuiamo spesso a non metterla in pratica, affidando la nostra sorte ad un dito medio che si incrocia con un dito indice. Peccato.



martedì 18 febbraio 2014

TUTTO IL RESTO E' NOIA

Premetto, sono una persona che ama condividere. Gioie e dolori. Mi piace parlare di me, di quello che mi accade, elaborare i problemi con l'aiuto di altre persone, chiedere e dare consigli, e credo che questo lo si evinca anche dalla mia frenetica attività sui social network. È anche vero che ultimamente ho capito quali devono essere i limiti. I miei limiti. Solo miei, beninteso. Ognuno ha le sue proprie regole e modalità. Ci sono le persone riservatissime che si tengono tutto dentro, e ci sono quelle (come tendenzialmente sono io) che parlano anche con i sassi. Parlerò con i sassi finché avrò vita, perché poco posso e voglio fare contro la mia natura socievole e perché credo davvero che l'unione faccia la forza e che si possano trarre spunti interessanti per la propria vita da persone che neanche lontanamente immagineremmo poterci essere d'aiuto. C'è tuttavia, per quanto mi riguarda, un limite, appunto, che ho deciso di mettere quando ho capito che non farlo avrebbe nuociuto non poco al mio sistema nervoso. Ho notato, nel tempo, che quando sto attraversando un momento diffiicile o doloroso è liberatorio condividerlo dettagliatamente solo una volta, possibilmente con una persona a me molto cara con cui ho un rapporto profondo. Tutto il resto, come direbbe Califano, è noia. Ho sempre pensato che più parliamo di una diffiicoltà o di qualcosa che ci affligge e più ce ne liberiamo. Errore madornale. Solo recentemente ho capito che è esattamente il contrario. Più ne parliamo e più rafforziamo la difficoltà o il dolore, oltre a diventare estremamente noiosi per noi stessi e per gli altri. Tanto più ripetiamo a tutti 'la triste storia', tanto più questa si imprime nel nostro cervello e di conseguenza nelle nostre viscere.  Da un punto di vista neurologico è come continuare a ripercorrere lo stesso tracciato e rafforzarlo di volta in volta, finché quella 'triste storia' diventa definitiva, inesorabile, permanente e irreversibile. Diventa la nostra storia. Diventa la nostra identità. E a quel punto diventa davvero difficile cambiare strada, diventa difficile raccontare a se stessi che ce la faremo, se agli altri continuiamo a raccontare il contrario. Ovviamente, come in tutte le cose, ci sono eccezioni. Ad esempio, ho sperimentato che quando sono in cerca di una soluzione a un problema di ordine pratico o logistico, è assolutamente necessaria una condivisione seriale del problema per trovare la soluzione più adatta. La condivisione è uno strumento importantissimo che ci fa sentire parte di un immenso universo che possiede tutte le risposte che cerchiamo, e più utilizziamo questo strumento, più ci rendiamo conto che gli altri sono parte integrante della nostra vita, anche quando sembrano esserne lontanissimi. Come in tutte le cose, è il fine, lo scopo che conta. Spesso confondiamo le due cose, confondiamo lo sfogarsi e il lamentarsi con la ricerca di consigli e soluzioni che dovrebbero arrivare da noi stessi e che non arriveranno mai se continuiamo a ripetere il problema ossessivamente e concentriamo tutta la nostra attenzione su quello. Se c'è una cosa che mi rende felice e di cui vado fiera nel mio percorso di crescita personale è l'aver raggiunto questa consapevolezza e, di conseguenza, avere sempre più voglia di condividere le mie gioie e sempre meno il mio dolore, a meno che non possa essere strumento di aiuto per qualcuno, a meno che non possa essere un esempio di crescita per qualcun altro. Ho imparato, in questo modo, a risparmiare tempo ed energie per cose più importanti, più belle, più funzionali, a non appesantire me stessa e chi mi sta intorno e a circondarmi di persone che facciano altrettanto. Che poi è questo, il fine ultimo di ogni percorso di crescita: vivere meglio. 

martedì 11 febbraio 2014

VIA DA

Per vari motivi, in questo periodo della mia vita sto tirando somme, facendo bilanci, sto cercando di analizzare i miei successi e i miei fallimenti, i miei passi falsi e quelli ben azzeccati, e soprattutto cerco di capire quali sono i miei punti di forza e le mie aree di miglioramento. I miei amici, quelli che mi conoscono bene o da molto tempo, mi hanno sempre detto che sono coraggiosa, volitiva, determinata, con le idee molto chiare su quelle che sono le mie priorità e i miei desideri e che ottengo sempre ciò che voglio. Sarà che noi non ci vediamo mai nello stesso modo in cui ci vedono gli altri (soprattutto i nostri migliori amici), sarà che noi ci vogliamo meno bene di quanto ce ne vogliano loro, ma io mi sono sempre sentita (e tuttora continuo a sentirmi tale) una persona molto fragile, vulnerabile, con mille paure e con tante difficoltà che a volte fatico a superare. Io non mi sono mai considerata coraggiosa. Sono sempre stata una che è fuggita. Fuggita da un'infanzia troppo pesante, da una città legata a troppi ricordi troppo brutti, fuggita da un padre con cui il rapporto è sempre stato conflittuale e il legame troppo forte, fuggita da tanti lavori più o meno stimolanti, fuggita da uomini, da giri di amicizie, fuggita da chiunque e da qualunque cosa nel tentativo disperato di fuggire da me stessa e da un malessere che ritenevo intollerabile. Nel frattempo, fuggendo, ovviamente, sono approdata a molti lidi, ho fatto molte cose, ho conosciuto molte persone. Non credo comunque che prendere decisioni sull'onda del 'via da', fuggendo da qualcosa, sia una scelta coraggiosa, a meno che non sia coraggioso scegliere di non voler più stare male. Io non lo considero tale perché a me viene spontaneo il non voler rimanere nel malessere, il fuggirne, il cercare soluzioni, lo scappare a gambe levate. Ho un istinto di sopravvivenza molto elevato che mi spinge, per usare un francesismo, a 'pararmi il culo' in fretta. Io considero molto più coraggiose quelle persone che prendono le decisioni non per fuggire dal dolore ma per cercare il piacere. Mi piacciono le persone che prendono decisioni non perché esasperate dal loro malessere ma perché alla continua ricerca del proprio benessere. Io ho conosciuto e sperimentato entrambe le modalità e mi rendo conto di quanto una decisione presa per esasperazione, perché si è arrivati al limite di sopportazione, porti con sé un carico di stress che l'altra modalità decisamente non prevede. Su una cosa dò comunque ragione ai miei amici: ho le idee molto chiare, le ho sempre avute, e forse è proprio quello il mio punto di forza. Se mi guardo indietro, vedo una bambina che, accompagnando la madre a fare la chemioterapia a Roma (all'epoca a Firenze non c'erano strutture adeguate), diceva a suo padre: 'Io da grande voglio vivere in questa città.' Rivedo poi quella stessa bambina molto sola che passava le ore a guardare la televisione ripetendo le battute degli attori, e che recitava poesie a memoria allo specchio. Rivedo quella bambina andare a giocare da un'amica che aveva il parquet scuro in casa. E siccome quell'amica aveva due splendidi genitori e in casa regnava l'armonia, quella bambina pensava: 'Anche io voglio una casa col pavimento così', quasi che un pavimento così caldo potesse portare calore anche nei cuori di chi ci camminava sopra. Rivedo quella bambina scrivere incessantemente e fare lunghissimi temi che venivano letti a voce alta dalla maestra, vedo i compagni di scuola prenderla in giro perché preferiva stare a scrivere anziché uscire a giocare, e vedo lei rispondere: 'A me piace scrivere'. Rivedo quella bambina dire alla maestra: io so tutte le capitali del mondo a memoria e le voglio vedere tutte. Io voglio vedere tutto il mondo.' E quelle idee così chiare, quando ho cominciato a fuggire, mi hanno indicato la meta con una precisione sconcertante. Infatti vivo a Roma, vivo in una casa con il parquet scuro, viaggio molto, sono una doppiatrice e scrivo su un blog. Per non parlare di tanti altri piccoli ma importanti dettagli della mia vita che da bambina ho sognato e da grande ho realizzato. Quindi forse hanno ragione i miei amici, sono coraggiosa perché ho sempre seguito quelli che erano i piccoli e grandi sogni, non so. So solo che in questo momento di bilanci forse dovrei essere più magnanima e dire a quella bambina che in ogni caso, che abbia corso per fuggire o che abbia corso per andare da qualche parte, ha corso come una maratoneta e si è sempre aggiudicata il traguardo.

martedì 4 febbraio 2014

MI FIDO DEL CUORE

Giorni fa mi chiedevo quali siano le persone di cui non riesco a fidarmi. La risposta è stata immediata. Ci sono due tipologie di cui proprio non mi fido. La prima è quella degli ipocriti. Gli ipocriti, per il mio modo modo di essere, sono peggio dei bugiardi, ed è questo che apparentemente potrebbe sorprendere, perché in fondo l'ipocrita non ha una vera e propria intenzione ingannatoria nei confronti altrui. L'ipocrita è solo un codardo, un poveraccio che finge opinioni, ideali, sentimenti e virtù che non possiede perché si vergogna profondamente di quello che pensa e che prova davvero. Ebbene, è proprio questo il punto. Io non mi fido di chi si vergogna di ciò che è e di mostrarlo agli altri. Non mi fido non perché non comprenda la sensazione di vergogna che si può provare per qualche nostro aspetto caratteriale o per qualche nostra abitudine. Non mi fido perché non comprendo la codardia di non cambiare questo nostro aspetto o queste nostre abitudini. Non mi fido di una persona che odia a tal punto ciò che è  da preferire di fingersi altro piuttosto di cambiare. L'ipocrisia è una scelta rinunciataria. E' una scelta vigliacca di chi si arrende di fronte alle proprie umane debolezze, ai propri limiti, al proprio vissuto. E' una scelta vigliacca di chi non si mette in gioco, di chi non esce dal guscio che si è creato. E' una scelta la cui vigliaccheria non ricade solo sulla persona ipocrita, ma su tutti quelli che lo circondano. Non mi fido di chi continua a raccontare balle agli altri perché in primis le racconta a se stesso. Ed ecco la seconda tipologia di cui non riesco a fidarmi. Quelli che si creano mille alibi per non fare qualcosa che sanno potrebbe cambiare loro la vita. Quelli che se la raccontano, che dicono 'in fondo sto bene così', ma poi sono profondamente infelici. Come posso fidarmi di una persona che racconta bugie a se stesso, ovvero alla persona più importante che c'è?  Alla fine, a ben guardare, io non mi fido della mancanza di lucidità e della mancanza di coraggio. Perché avere coraggio significa avere cuore per fare qualcosa. E io non mi fido della mancanza di cuore. Perché quando è mancato a me, non mi è piaciuta la mia inaffidabilità verso me stessa e verso gli altri. E se non ti piace qualcosa che hai visto in te stessa almeno una volta, non ti piacerà mai negli altri.