martedì 18 febbraio 2014

TUTTO IL RESTO E' NOIA

Premetto, sono una persona che ama condividere. Gioie e dolori. Mi piace parlare di me, di quello che mi accade, elaborare i problemi con l'aiuto di altre persone, chiedere e dare consigli, e credo che questo lo si evinca anche dalla mia frenetica attività sui social network. È anche vero che ultimamente ho capito quali devono essere i limiti. I miei limiti. Solo miei, beninteso. Ognuno ha le sue proprie regole e modalità. Ci sono le persone riservatissime che si tengono tutto dentro, e ci sono quelle (come tendenzialmente sono io) che parlano anche con i sassi. Parlerò con i sassi finché avrò vita, perché poco posso e voglio fare contro la mia natura socievole e perché credo davvero che l'unione faccia la forza e che si possano trarre spunti interessanti per la propria vita da persone che neanche lontanamente immagineremmo poterci essere d'aiuto. C'è tuttavia, per quanto mi riguarda, un limite, appunto, che ho deciso di mettere quando ho capito che non farlo avrebbe nuociuto non poco al mio sistema nervoso. Ho notato, nel tempo, che quando sto attraversando un momento diffiicile o doloroso è liberatorio condividerlo dettagliatamente solo una volta, possibilmente con una persona a me molto cara con cui ho un rapporto profondo. Tutto il resto, come direbbe Califano, è noia. Ho sempre pensato che più parliamo di una diffiicoltà o di qualcosa che ci affligge e più ce ne liberiamo. Errore madornale. Solo recentemente ho capito che è esattamente il contrario. Più ne parliamo e più rafforziamo la difficoltà o il dolore, oltre a diventare estremamente noiosi per noi stessi e per gli altri. Tanto più ripetiamo a tutti 'la triste storia', tanto più questa si imprime nel nostro cervello e di conseguenza nelle nostre viscere.  Da un punto di vista neurologico è come continuare a ripercorrere lo stesso tracciato e rafforzarlo di volta in volta, finché quella 'triste storia' diventa definitiva, inesorabile, permanente e irreversibile. Diventa la nostra storia. Diventa la nostra identità. E a quel punto diventa davvero difficile cambiare strada, diventa difficile raccontare a se stessi che ce la faremo, se agli altri continuiamo a raccontare il contrario. Ovviamente, come in tutte le cose, ci sono eccezioni. Ad esempio, ho sperimentato che quando sono in cerca di una soluzione a un problema di ordine pratico o logistico, è assolutamente necessaria una condivisione seriale del problema per trovare la soluzione più adatta. La condivisione è uno strumento importantissimo che ci fa sentire parte di un immenso universo che possiede tutte le risposte che cerchiamo, e più utilizziamo questo strumento, più ci rendiamo conto che gli altri sono parte integrante della nostra vita, anche quando sembrano esserne lontanissimi. Come in tutte le cose, è il fine, lo scopo che conta. Spesso confondiamo le due cose, confondiamo lo sfogarsi e il lamentarsi con la ricerca di consigli e soluzioni che dovrebbero arrivare da noi stessi e che non arriveranno mai se continuiamo a ripetere il problema ossessivamente e concentriamo tutta la nostra attenzione su quello. Se c'è una cosa che mi rende felice e di cui vado fiera nel mio percorso di crescita personale è l'aver raggiunto questa consapevolezza e, di conseguenza, avere sempre più voglia di condividere le mie gioie e sempre meno il mio dolore, a meno che non possa essere strumento di aiuto per qualcuno, a meno che non possa essere un esempio di crescita per qualcun altro. Ho imparato, in questo modo, a risparmiare tempo ed energie per cose più importanti, più belle, più funzionali, a non appesantire me stessa e chi mi sta intorno e a circondarmi di persone che facciano altrettanto. Che poi è questo, il fine ultimo di ogni percorso di crescita: vivere meglio. 

martedì 11 febbraio 2014

VIA DA

Per vari motivi, in questo periodo della mia vita sto tirando somme, facendo bilanci, sto cercando di analizzare i miei successi e i miei fallimenti, i miei passi falsi e quelli ben azzeccati, e soprattutto cerco di capire quali sono i miei punti di forza e le mie aree di miglioramento. I miei amici, quelli che mi conoscono bene o da molto tempo, mi hanno sempre detto che sono coraggiosa, volitiva, determinata, con le idee molto chiare su quelle che sono le mie priorità e i miei desideri e che ottengo sempre ciò che voglio. Sarà che noi non ci vediamo mai nello stesso modo in cui ci vedono gli altri (soprattutto i nostri migliori amici), sarà che noi ci vogliamo meno bene di quanto ce ne vogliano loro, ma io mi sono sempre sentita (e tuttora continuo a sentirmi tale) una persona molto fragile, vulnerabile, con mille paure e con tante difficoltà che a volte fatico a superare. Io non mi sono mai considerata coraggiosa. Sono sempre stata una che è fuggita. Fuggita da un'infanzia troppo pesante, da una città legata a troppi ricordi troppo brutti, fuggita da un padre con cui il rapporto è sempre stato conflittuale e il legame troppo forte, fuggita da tanti lavori più o meno stimolanti, fuggita da uomini, da giri di amicizie, fuggita da chiunque e da qualunque cosa nel tentativo disperato di fuggire da me stessa e da un malessere che ritenevo intollerabile. Nel frattempo, fuggendo, ovviamente, sono approdata a molti lidi, ho fatto molte cose, ho conosciuto molte persone. Non credo comunque che prendere decisioni sull'onda del 'via da', fuggendo da qualcosa, sia una scelta coraggiosa, a meno che non sia coraggioso scegliere di non voler più stare male. Io non lo considero tale perché a me viene spontaneo il non voler rimanere nel malessere, il fuggirne, il cercare soluzioni, lo scappare a gambe levate. Ho un istinto di sopravvivenza molto elevato che mi spinge, per usare un francesismo, a 'pararmi il culo' in fretta. Io considero molto più coraggiose quelle persone che prendono le decisioni non per fuggire dal dolore ma per cercare il piacere. Mi piacciono le persone che prendono decisioni non perché esasperate dal loro malessere ma perché alla continua ricerca del proprio benessere. Io ho conosciuto e sperimentato entrambe le modalità e mi rendo conto di quanto una decisione presa per esasperazione, perché si è arrivati al limite di sopportazione, porti con sé un carico di stress che l'altra modalità decisamente non prevede. Su una cosa dò comunque ragione ai miei amici: ho le idee molto chiare, le ho sempre avute, e forse è proprio quello il mio punto di forza. Se mi guardo indietro, vedo una bambina che, accompagnando la madre a fare la chemioterapia a Roma (all'epoca a Firenze non c'erano strutture adeguate), diceva a suo padre: 'Io da grande voglio vivere in questa città.' Rivedo poi quella stessa bambina molto sola che passava le ore a guardare la televisione ripetendo le battute degli attori, e che recitava poesie a memoria allo specchio. Rivedo quella bambina andare a giocare da un'amica che aveva il parquet scuro in casa. E siccome quell'amica aveva due splendidi genitori e in casa regnava l'armonia, quella bambina pensava: 'Anche io voglio una casa col pavimento così', quasi che un pavimento così caldo potesse portare calore anche nei cuori di chi ci camminava sopra. Rivedo quella bambina scrivere incessantemente e fare lunghissimi temi che venivano letti a voce alta dalla maestra, vedo i compagni di scuola prenderla in giro perché preferiva stare a scrivere anziché uscire a giocare, e vedo lei rispondere: 'A me piace scrivere'. Rivedo quella bambina dire alla maestra: io so tutte le capitali del mondo a memoria e le voglio vedere tutte. Io voglio vedere tutto il mondo.' E quelle idee così chiare, quando ho cominciato a fuggire, mi hanno indicato la meta con una precisione sconcertante. Infatti vivo a Roma, vivo in una casa con il parquet scuro, viaggio molto, sono una doppiatrice e scrivo su un blog. Per non parlare di tanti altri piccoli ma importanti dettagli della mia vita che da bambina ho sognato e da grande ho realizzato. Quindi forse hanno ragione i miei amici, sono coraggiosa perché ho sempre seguito quelli che erano i piccoli e grandi sogni, non so. So solo che in questo momento di bilanci forse dovrei essere più magnanima e dire a quella bambina che in ogni caso, che abbia corso per fuggire o che abbia corso per andare da qualche parte, ha corso come una maratoneta e si è sempre aggiudicata il traguardo.

martedì 4 febbraio 2014

MI FIDO DEL CUORE

Giorni fa mi chiedevo quali siano le persone di cui non riesco a fidarmi. La risposta è stata immediata. Ci sono due tipologie di cui proprio non mi fido. La prima è quella degli ipocriti. Gli ipocriti, per il mio modo modo di essere, sono peggio dei bugiardi, ed è questo che apparentemente potrebbe sorprendere, perché in fondo l'ipocrita non ha una vera e propria intenzione ingannatoria nei confronti altrui. L'ipocrita è solo un codardo, un poveraccio che finge opinioni, ideali, sentimenti e virtù che non possiede perché si vergogna profondamente di quello che pensa e che prova davvero. Ebbene, è proprio questo il punto. Io non mi fido di chi si vergogna di ciò che è e di mostrarlo agli altri. Non mi fido non perché non comprenda la sensazione di vergogna che si può provare per qualche nostro aspetto caratteriale o per qualche nostra abitudine. Non mi fido perché non comprendo la codardia di non cambiare questo nostro aspetto o queste nostre abitudini. Non mi fido di una persona che odia a tal punto ciò che è  da preferire di fingersi altro piuttosto di cambiare. L'ipocrisia è una scelta rinunciataria. E' una scelta vigliacca di chi si arrende di fronte alle proprie umane debolezze, ai propri limiti, al proprio vissuto. E' una scelta vigliacca di chi non si mette in gioco, di chi non esce dal guscio che si è creato. E' una scelta la cui vigliaccheria non ricade solo sulla persona ipocrita, ma su tutti quelli che lo circondano. Non mi fido di chi continua a raccontare balle agli altri perché in primis le racconta a se stesso. Ed ecco la seconda tipologia di cui non riesco a fidarmi. Quelli che si creano mille alibi per non fare qualcosa che sanno potrebbe cambiare loro la vita. Quelli che se la raccontano, che dicono 'in fondo sto bene così', ma poi sono profondamente infelici. Come posso fidarmi di una persona che racconta bugie a se stesso, ovvero alla persona più importante che c'è?  Alla fine, a ben guardare, io non mi fido della mancanza di lucidità e della mancanza di coraggio. Perché avere coraggio significa avere cuore per fare qualcosa. E io non mi fido della mancanza di cuore. Perché quando è mancato a me, non mi è piaciuta la mia inaffidabilità verso me stessa e verso gli altri. E se non ti piace qualcosa che hai visto in te stessa almeno una volta, non ti piacerà mai negli altri.

martedì 28 gennaio 2014

DELL' ODIO E DELL' AMORE

Da bambini impariamo che l'odio è il contrario dell'amore. Niente di più sbagliato. L'odio è l'altra faccia dell'amore, è il rovescio della stessa medaglia.  Si odia quando qualcuno o qualcosa ci ha  impedito di amare, per qualche motivo. Quando le nostre regole sono state violate, quando qualcuno ci ha feriti. Si odia quando la rabbia per non poter aprire il nostro cuore liberamente prende il sopravvento, quando il senso di impotenza per non poter mostrare la nostra parte migliore ci pervade, quando il dare e il ricevere trovano troppi ostacoli sul loro cammino. L'odio è l'amore che abbiamo chiuso in una gabbia e che grida per uscire, è l'amore reso impotente da qualcuno o qualcosa. L'odio è il grido di disperazione dell'anima, è richiesta di aiuto, è amore soffocato, è istinto di sopravvivenza. Ma se per sopravvivere ricorriamo all'odio, per vivere è necessario amare. E solo quando smascheriamo il dolore nascosto dietro l'odio possiamo tornare in contatto con quell'amore soffocato e ricominciare a vivere.

lunedì 20 gennaio 2014

IL VALORE AGGIUNTO

Mi sono chiesta più volte il motivo che mi spinge ad allacciare ma soprattutto a mantenere i rapporti umani. Rapporti di amicizia, di amore, di collaborazione, di qualunque tipo. Considero da sempre il mio tempo preziosissimo e più vado avanti con l'età più seleziono le mie frequentazioni più assidue. Il comune denominatore di queste frequentazioni è uno e uno soltanto: il valore aggiunto. Ritengo che l'ingrediente essenziale per ogni tipo di rapporto sia l'essere e il trovare  negli altri  un valore aggiunto. Nessun rapporto, dal mio punto di vista, ha senso di esistere o perpetrarsi nel tempo se non esiste quel qualcosa che fa la differenza, quel qualcosa che apporta valore alla nostra vita, quel qualcosa che ci fa dire che senza quella persona la nostra vita e la sua sarebbe una vita di qualità inferiore. Trovo che il tempo a nostra disposizione sia troppo poco e troppo prezioso per continuare a frequentare persone che non fanno la differenza, e per le quali non la facciamo noi. Dobbiamo pretendere il valore aggiunto da noi stessi e dagli altri, dobbiamo cercarlo, andare a scovarlo anche quando si nasconde abilmente, e se proprio non lo troviamo dobbiamo lasciar andare quel rapporto. Lasciare che altri trovino il loro valore aggiunto con altre persone, e trovarlo con altre persone anche noi. Il valore è in tutti noi. L'abilità è trovarlo e aggiungerlo alle nostre vite e quelle altrui.

lunedì 13 gennaio 2014

DAL LETAME NASCONO I FIOR

Voglio raccontarvi una storia. C'era una volta una bambina molto infelice e spaventata. Una bambina che non si sentiva mai al sicuro. Questa bambina, per sfuggire alle sue paure, si rifugiava nei sogni. Si chiudeva in camera o nel bagno e si metteva a sognare ad occhi aperti. Il sogno più ricorrente, a quei tempi, era di festeggiare il compleanno con i Ricchi e Poveri (molto famosi, all'epoca) che avrebbero cantato per lei, compresa la classica canzoncina 'Tanti auguri a te'. Questo sogno era talmente grande e potente che lei riusciva a visualizzarlo e vivere ogni emozione come se fosse reale. Questa folle bambina non aveva nessun dubbio che questo sogno si sarebbe prima o poi realizzato. E l'idea la eccitava, la rendeva felice e gioiosa, la faceva sentire ripagata di tutto, come se la realizzazione di questo sogno fosse un risarcimento per tutta l'infelicità che stava vivendo. La bambina pian piano è cresciuta ed è diventata adolescente. E la passione per i Ricchi e Poveri si è tramutata in quella per i Duran Duran e per altri complessi decisamente più in voga e più 'fighi'. Ma quel sogno, quel sogno della bimba impaurita, non è mai svanito. Le canzoni dei Ricchi e Poveri continuavano ad essere ogni tanto ascoltate su Lp e musicassette. Poi l'adolescente è diventata una giovane donna amante della musica vintage  anni Ottanta e ha comprato i cd dei Ricchi e Poveri. A un certo punto nel mondo della tv sono sbarcati i reality show, e con la presenza dei Ricchi e Poveri a Music Farm la giovane donna ha ripreso infantilmente a sognare che quel gruppo cantasse per lei a un compleanno. La giovane donna è diventata poi una donna un po' meno giovane e ha trasferito quelle canzoni nell'iPod per sentirle in palestra. E ogni volta, sul tapis roulant, si sentiva energica e allegra ascoltando quelle canzoni, e continuava a fare quel sogno. Soprattutto nei momenti tristi, nei momenti che le facevano rivivere quei brutti momenti dell'infanzia. Ormai ascoltare ogni tanto i Ricchi e Poveri e sognare che cantassero per lei non era solo un vezzo originale. Era anche un modo per ricordare a se stessa che sognare è meraviglioso. Giunta a 39 anni, a quella donna è scattato un click. Si è svegliata una mattina pensando: 'E se trasformassi quel sogno in obiettivo? Ho sempre pensato che a 40 anni avrei fatto qualcosa di molto speciale. E se facessi una festa invitando i Ricchi e Poveri a cantare per me?' Ovviamente, una parte della testa di quella donna, la parte fintamente 'sana', ha detto subito: 'Tu sei una povera pazza.'  Ma fortunatamente la parte veramente sana di quella testolina ha risposto a dovere: 'Forse sì, forse sono pazza. E voglio fare questa pazzia.' Ed ecco come prosegue la mia storia (perché tanto lo sapete che si tratta di me...). Sono riuscita, tramite un cantante di mia conoscenza, ad avere il numero del loro manager, il quale molto bruscamente mi ha liquidata con un 'Loro non si prestano a questi eventi e comunque sono sempre all'estero per tournée varie o impegnati in altre cose,' La cosa incredibile è che quelle parole non mi hanno scoraggiata neanche per un secondo. Avevo vissuto quella festa nella mia mente talmente tante volte, talmente tanto nitidamente, che esisteva già, era già fatta. Ho semplicemente detto al manager di chiederglielo, e di porgere loro i saluti del cantante comune amico. Il giorno dopo il manager mi ha richiamata e mi ha detto che avevano accettato, e che non mi avrebbero chiesto soldi tranne un rimborso spese, grazie all'amico comune che ci aveva messo una buona parola. Unico problema. Avevano quasi tutti i weekend occupati, e Roma non compariva quasi mai nel loro calendario. Dico la data della festa e il manager mi risponde: 'Accidenti, Signorina, Lei è proprio fortunata! Non solo è uno dei loro pochi sabati liberi in questi prossimi mesi, ma il giorno prima e quello dopo devono essere per forza a Roma per una trasmissione televisiva, quindi la cosa è facilissima!' Fortunata, mi aveva detto. Forse sì. Forse era davvero un rimborso per tutte le sfortune dell'infanzia. Ma io non credo di essere stata fortunata. Credo di essere stata io a creare quella realtà, non smettendo mai di sognare. Era un sogno stupidissimo per molte persone... un sogno per cui sono stata derisa molte volte prima e dopo averlo realizzato. Ma era il mio sogno, quello che mi aveva salvata da una brutta infanzia. E si è avverato. Ho fatto una splendida festa a Villa Miani, a Roma, con un sacco di miei amici, e i Ricchi e Poveri hanno cantato per me, compresa la famosa 'Tanti auguri a te' quando è arrivata la torta. Ho scritto questa storia non solo per condividere con voi un mio momento di felicità di qualche anno fa, di cui molti sono peraltro già a conoscenza, né per dirvi il banale 'non smettete mai di sognare'. Ho scritto questa storia perché recentemente, commentando un altro blog e scrivendo questa storia così come ve l'ho raccontata, mi sono soffermata a riflettere sul significato di questo sogno, sulla sua origine. Se tornate per un attimo all'inizio della storia, vi ricorderete che questo sogno è nato per difendermi da un'infanzia molto infelice. Da piccola non sapevo divertirmi, non sapevo godermi la vita, non sapevo giocare con gli altri bambini. Sapevo solo sognare, perché era l'unica cosa che potevo fare per non soccombere alla paura e al dolore. La motivazione era molto forte. Fuggire da una vita orribile e viverne una per me meravigliosa. E tanto più la motivazione è forte, tanto più il desiderio e l'obiettivo è stimolante, tanto più il sogno è nitido e vivido e tanto più aumenta la possibilità di realizzarlo. Spesso i sogni migliori nascono da un dolore, da una paura. Nascono per difenderci da qualcosa. Senza quell'infanzia non avrei mai realizzato neanche un terzo di tutto ciò che ho realizzato nella mia vita. Non avrei mai realizzato alcun sogno. E i Ricchi e Poveri non avrebbero mai cantato per me. Dovremmo ricordarci sempre, nella vita, che i nostri momenti più difficili nascondono sempre una grande opportunità. A volte, anche solo quella  di sognare. E di realizzare i nostri sogni.

lunedì 16 dicembre 2013

DA SOLI

Mi capita spesso, per lavoro, di pranzare da sola al bar e alle tavole calde. Non amo mangiare un panino in piedi al volo, lo faccio raramente e solo se strettamente necessario. Normalmente mi siedo e mi gusto un piatto caldo. Mi piace osservare le persone che, come me, siedono sole al tavolo a mangiare. Di solito sono più uomini che donne, ma indipendentemente dal sesso maschile o femminile, la sensazione è sempre la stessa, osservando queste persone e me stessa dall'esterno: una sensazione di profonda  solitudine. Non so perché, ma osservando i volti di queste persone, con davanti il loro piattino di cibo, a prescindere dalla loro espressione felice o triste, percepisco un senso di solitudine estrema. Quella piccola porzione di tempo, quei trenta minuti che la persona si concede per nutrirsi, sono lo specchio di un'intera esistenza. In quei trenta minuti si è in mezzo alla folla, immersi in un via vai di persone prese dai propri pensieri e problemi, siamo tutti lì con lo stesso scopo, tutti insieme, eppure tutti soli. Ognuno solo con se stesso. Ognuno, in quei trenta minuti, si rende conto che, per quante persone abbia accanto a sé nella sua vita, per quanto possa condividere gioie e dolori con un numero piú o meno elevato di persone, arriva sempre quel momento in cui deve fare i conti, quelli veri, solo e soltanto con se stesso. Per quanto gli altri ci possano essere vicini, soli nasciamo e soli muoriamo. Quello che sentiamo, che proviamo, che sappiamo, il modo in cui lo sentiamo, lo proviamo e lo sappiamo, è solo e soltanto nostro. Gli altri ci possono ascoltare, capire, consolare, e possono gioire o rattristarsi con noi, ma non proveranno mai quello che proviamo noi in prima persona, neanche quando il dolore è comune. In quei trenta minuti davanti al piatto gli occhi fintamente impegnati ad osservare un po' di cibo  sono in realtà smarriti in una consapevolezza di non poter contare davvero fino in fondo su nessuno se non su noi stessi. Trenta minuti in cui accanto a noi ci sono altre persone apparentemente nella nostra stessa situazione ma che in realtà hanno ognuna un mondo a sé. Un mondo fatto di tanti 'trenta minuti' in cui, qualunque sia la compagnia, siamo tutti intimamente e profondamente soli..

sabato 7 dicembre 2013

BABBO NATALE (non) ESISTE?

Rimango sempre molto stupita quando sento che un bimbo scrive una letterina a Babbo Natale. Non riesco veramente a pensare che da piccoli si possa davvero credere alla sua esistenza. Allo stupore si unisce, lo devo ammettere, un velo di malcelata invidia. Io non ho mai creduto a Babbo Natale.
Ho sempre saputo che non esisteva, che erano i genitori e i parenti a delegare a una figura immaginaria le proprie responsabilità di fare felici i bambini a fine anno affidandosi ad una pietosa messinscena di cui si vergognavano loro per primi. Sono sempre stata una bambina precoce in tutto quello che riguardava la comprensione e l'intelletto, a differenza delle attività motorie in cui ero terribilmente in ritardo. Scrivevo e leggevo perfettamente già a quattro anni e nessuno poteva prendermi in giro. Non me lo potevo permettere. Non potevo permettermi di credere in qualcuno di cui non avevo mai sentito la voce, di fidarmi di qualcuno che non avevo mai visto. Sentivo di non potermi fidare fino in fondo neanche dei miei genitori, che conoscevo e vedevo ogni giorno. Figuriamoci di un Signor Babbo Natale qualunque. E comunque, a scanso di equivoci, nessuno aveva provato a farmi credere in questo vecchio signore dalla barba bianca, vestito di rosso. Provavo molta compassione per tutti i miei coetanei che credevano in questo tizio. 'Poverini', pensavo, 'li aspetta una grossa delusione. Quando scopriranno che non esiste sarà un trauma e capiranno quanto siano stupidi e quanto io sia intelligente.' Incredibile come la compassione verso gli altri negli anni si sia potuta tramutare in compassione verso me stessa, incredibile come quel senso di superiorità intellettiva si sia trasformato in senso di inferiorità emotiva. Incredibile come a un certo punto la bambina che non aveva mai creduto in niente si sia trasformata in una donna piena di rabbia, e ancor più incredibile come questa rabbia intossicante si sia infine trasformata in bulimica fame di vita, in forte voglia di rivalsa, in un sano desiderio incessante di sognare e di esaudire i propri sogni. Ho capito, negli anni, che Babbo Natale poteva esistere anche per me se solo ci avessi creduto, ho capito che avrebbe portato regali anche a me se solo li avessi chiesti e saputi aspettare. Bisogna credere nella magia affinché essa ci possa avvolgere, bisogna credere nei propri sogni affinché essi si avverino. Bisogna credere in Babbo Natale affinché arrivi e ci porti i regali. Ci vuole coraggio, per credere in ciò che sappiamo esistere solo nel nostro immaginario. Ci vuole coraggio per credere che il nostro immaginario sia l'anteprima della nostra realtà. Ci vuole un coraggio inaudito. Il coraggio di chi sogna e realizza i propri sogni, il coraggio di chi non si lascia scoraggiare dalla banale razionalità ed apparente evidenza, il coraggio di chi sa osare, di chi ci mette il cuore e di chi, quasi sempre, vince.

domenica 24 novembre 2013

UN BICCHIERE VUOTO



Ricorre oggi un anno dalla scomparsa del mio adorato coniglietto nano, Sanyu, che mi ha fatto compagnia per 13 anni. Ricordo come se fosse oggi l'immenso dolore e la sensazione di vuoto dei giorni a seguire. Un vuoto che non si è più colmato, nonostante la concreta pienezza della mia vita. Lo scorso Agosto avevo deciso di prendere un altro coniglietto. Siamo a fine Novembre, e ancora non l'ho preso. Le scuse, le giustificazioni, anche plausibili e fondate, sono molte. Per esempio, il fatto che viaggio spesso, che il weekend sono spesso fuori Roma, che durante la giornata non ci sono mai e che quindi il piccolino rimarrebbe troppo solo. Oppure il fatto che, da buon roditore, rosicchierebbe tutto quello che gli capita a tiro esattamente come fece da cucciolo Sanyu, e avendo io restaurato casa da poco e messo mobili, tappeti, tende e divani nuovi temo per la loro incolumità, o per quella del coniglio stesso nel caso mordesse i cavi elettrici di apparecchi elettronici di ogni tipo. La verità, però, è una sola. La giustificazione, o meglio l'alibi, ha un solo nome: PAURA. La paura della responsabilità a cui inevitabilmente si va incontro quando si ama e quando ci si deve prendere cura di qualcuno. La paura di aprire nuovamente il cuore a un esserino che prima o poi ti abbandonerà, la paura di un impegno quotidiano che richiede quella costanza che solo le grandi passioni e i grandi amori sono in grado di generare. La paura di non essere all'altezza del compito, la paura di non poter garantire il mio amore costantemente, ogni singolo momento della mia vita. In una parola, la paura di amare. Ricordo bene, come ho detto, il vuoto, la sensazione di abbandono, che ho provato il giorno che Sanyu è mancato. Ricordo anche bene però (e non voglio e non posso vigliaccamente negarlo) la sensazione di liberazione da un impegno e da una responsabilità che mi avevano accompagnata per 13 lunghi anni. Ricordo la meravigliosa sensazione di libertà, quella mia amata libertà, agognata e rincorsa tutta la vita, ottenuta a prezzi talvolta altissimi. In certi momenti, specialmente gli ultimi due anni, era faticoso accudire Sanyu. La presenza di quel povero esserino ormai molto anziano e malandato mi procurava più preoccupazioni e angosce che gioie. Mi guardo indietro, molto indietro, e scopro che, a ben guardare, è la stessa sensazione che ho avuto da bambina con i miei genitori. Fin da piccola, per la malattia che ha colpito mia madre quando avevo soli sette anni e che l'ha portata alla morte, e per la temporanea dipendenza dall'alcol di mio padre e tutti i suoi continui problemi di salute psicofisici che lo hanno accompagnato tutta la vita, ho sempre associato all'amore oneri, impegni, fatica, sofferenza, responsabilità, sacrifici e mancanza di libertà, mancanza di aria, senso di soffocamento, paura. Paura della perdita, paura dell'abbandono, paura della responsabilità, paura della sofferenza, paura di soccombere a qualcosa di più grande di me, paura della fatica emotiva, paura di non essere all'altezza di un compito troppo difficile. Paura e basta. E la paura altro non è che il sentimento opposto all'amore. La paura è il vuoto. E' un bicchiere vuoto che solo l'amore può riempire. Avere coraggio nient'altro vuol dire che avere cuore, quindi amore. L'unico vero antidoto contro la paura è l'amore. Solo sintonizzandoci sulla frequenza dell'amore possiamo uscire dalla frequenza della paura.  I brividi di paura non sono altro che brividi di freddo al cuore, all'anima. Sanyu ha vissuto per 13 anni come un re. Il veterinario lo chiamava Highlander e mi ha sempre detto che, al di là di un innegabile DNA particolarmente fortunato, sicuramente il piccolo esserino aveva ricevuto molto amore, ed era evidente dal suo carattere, oltre che dal suo stato di salute. La vita che ho fatto in quei 13 anni non era poi tanto diversa da quella che faccio ora: sempre con la valigia in mano, sempre amante dei viaggi e in partenza per vacanze anche lunghe, sempre fuori dalla mattina alla sera, sempre super impegnata. Ma mai ho fatto mancare qualcosa a Sanyu, mai mi sono dimenticata di lui, mai sono stata incapace di prendermene cura, mai mi sono sentita non all'altezza di un simile compito. Né mai mi sono limitata nel godermi la vita e nel prendermi impegni di ogni tipo, lavorativi, sociali e personali. E' stato facile amarlo e prendermi cura di lui, tutto sommato. Adesso, voltandomi indietro, vedo solo fatica, impegno e responsabilità, ma quello che ho visto e provato per 13 anni era amore, quell'amore che in questo periodo della mia vita non riesco a ricordare e provare perché troppo spaventata da tutto.  La paura tende a farci dimenticare la nostra capacità di amare. Il bicchiere vuoto genera una sete che possiamo placare  solo amando. Spero di ritrovare presto il coraggio di riempire quel bicchiere, spero che il cuore abbia la meglio. Spero che la luce della mia Anima faccia scomparire il buio dell'Ego. E dicendo la parola 'spero', so che sto continuando a fare un errore. Devo solo decidere, non sperare. Dipende solo da me. A chi in questi mesi mi ha detto: 'Pensavo di regalarti un coniglietto ma poi non l'ho fatto perché non volevo costringerti', va il mio grazie. Sarebbe una sconfitta amare per imposizione, perché qualcuno ha scelto per me. Si ama perché si sceglie di amare, e  la scelta è e dev'essere mia. Devo solo scegliere. Come sempre, come ognuno di noi in ogni istante della propria vita.




giovedì 21 novembre 2013

CARÒN DIMONIO

Certe volte mi chiedo che ruolo abbiamo nelle vite altrui, a prescindere dai ruoli 'apparenti' di amico, amante, partner, coniuge, collega, collaboratore e così via. Mi è capitato spesso di pensare che siamo 'traghettatori di anime', come Caronte. Penso che il nostro scopo sia quello di accompagnare qualcuno ad attraversare un fiume da una sponda all'altra, laddove il fiume rappresenta un percorso interiore di qualche tipo, forse difficile per quella persona, che ha bisogno del nostro aiuto, come noi abbiamo bisogno talvolta di quello altrui. Capita talvolta di 'sentire', nel profondo, che quel percorso, con quella persona, sia essa un amico o un partner, è finito, pur non essendo finiti i sentimenti reciproci. Capita di sentire intimamente che l'uno non può più aiutare l'altro nella rispettiva crescita, che il contributo reciproco è esaurito, oppure che il percorso deve essere modificato, e che solo apportando quelle essenziali modifiche il rapporto potrà continuare. Possono essere anche modifiche piccole, semplici e apparentemente insignificanti, grazie alle quali lo stesso rapporto è in grado di rinascere come se fosse un rapporto nuovo, perché di fatto lo è, a tutti gli effetti. È un percorso nuovo di zecca, mentre il percorso vecchio è finito e dobbiamo comunque dirgli addio. Un po' come quando siamo costretti a reimpostare il navigatore per improvvisi lavori in corso o per un incidente stradale che ostacola la strada che stiamo percorrendo. Se riuscissimo a non permettere al nostro Ego di intromettersi nel sentire della nostra Anima, tormentandoci con i suoi dubbi, i suoi perché, le sue disperazioni, le sue paure, il suo non accettare l'impermanenza dell'Universo, il suo trattenere, la sua incapacità di lasciar andare, capiremmo che ogni rapporto umano ha il suo percorso, il suo fiume da attraversare.. A volte il viaggio è breve, a volte è più lungo, a volte prevede alcune soste o qualche cambiamento di rotta, qualche passo indietro prima di farne altri avanti. E ha un suo inizio e una sua fine. Come tutti i viaggi. Se accettassimo di buon grado questo concetto, non ci rattristeremmo più per la fine di un'amicizia, di un amore, di un rapporto qualunque. Scomoda e fastidiosa per il nostro Ego, la figura di Caronte, ma nobile per la nostra Anima. Sta a noi scegliere se accettarla o meno, se farci pace o continuare a rifiutarla, se vederla in noi e negli altri, o negare la sua esistenza. A noi la scelta, come sempre, del resto.