lunedì 16 dicembre 2013

DA SOLI

Mi capita spesso, per lavoro, di pranzare da sola al bar e alle tavole calde. Non amo mangiare un panino in piedi al volo, lo faccio raramente e solo se strettamente necessario. Normalmente mi siedo e mi gusto un piatto caldo. Mi piace osservare le persone che, come me, siedono sole al tavolo a mangiare. Di solito sono più uomini che donne, ma indipendentemente dal sesso maschile o femminile, la sensazione è sempre la stessa, osservando queste persone e me stessa dall'esterno: una sensazione di profonda  solitudine. Non so perché, ma osservando i volti di queste persone, con davanti il loro piattino di cibo, a prescindere dalla loro espressione felice o triste, percepisco un senso di solitudine estrema. Quella piccola porzione di tempo, quei trenta minuti che la persona si concede per nutrirsi, sono lo specchio di un'intera esistenza. In quei trenta minuti si è in mezzo alla folla, immersi in un via vai di persone prese dai propri pensieri e problemi, siamo tutti lì con lo stesso scopo, tutti insieme, eppure tutti soli. Ognuno solo con se stesso. Ognuno, in quei trenta minuti, si rende conto che, per quante persone abbia accanto a sé nella sua vita, per quanto possa condividere gioie e dolori con un numero piú o meno elevato di persone, arriva sempre quel momento in cui deve fare i conti, quelli veri, solo e soltanto con se stesso. Per quanto gli altri ci possano essere vicini, soli nasciamo e soli muoriamo. Quello che sentiamo, che proviamo, che sappiamo, il modo in cui lo sentiamo, lo proviamo e lo sappiamo, è solo e soltanto nostro. Gli altri ci possono ascoltare, capire, consolare, e possono gioire o rattristarsi con noi, ma non proveranno mai quello che proviamo noi in prima persona, neanche quando il dolore è comune. In quei trenta minuti davanti al piatto gli occhi fintamente impegnati ad osservare un po' di cibo  sono in realtà smarriti in una consapevolezza di non poter contare davvero fino in fondo su nessuno se non su noi stessi. Trenta minuti in cui accanto a noi ci sono altre persone apparentemente nella nostra stessa situazione ma che in realtà hanno ognuna un mondo a sé. Un mondo fatto di tanti 'trenta minuti' in cui, qualunque sia la compagnia, siamo tutti intimamente e profondamente soli..

sabato 7 dicembre 2013

BABBO NATALE (non) ESISTE?

Rimango sempre molto stupita quando sento che un bimbo scrive una letterina a Babbo Natale. Non riesco veramente a pensare che da piccoli si possa davvero credere alla sua esistenza. Allo stupore si unisce, lo devo ammettere, un velo di malcelata invidia. Io non ho mai creduto a Babbo Natale.
Ho sempre saputo che non esisteva, che erano i genitori e i parenti a delegare a una figura immaginaria le proprie responsabilità di fare felici i bambini a fine anno affidandosi ad una pietosa messinscena di cui si vergognavano loro per primi. Sono sempre stata una bambina precoce in tutto quello che riguardava la comprensione e l'intelletto, a differenza delle attività motorie in cui ero terribilmente in ritardo. Scrivevo e leggevo perfettamente già a quattro anni e nessuno poteva prendermi in giro. Non me lo potevo permettere. Non potevo permettermi di credere in qualcuno di cui non avevo mai sentito la voce, di fidarmi di qualcuno che non avevo mai visto. Sentivo di non potermi fidare fino in fondo neanche dei miei genitori, che conoscevo e vedevo ogni giorno. Figuriamoci di un Signor Babbo Natale qualunque. E comunque, a scanso di equivoci, nessuno aveva provato a farmi credere in questo vecchio signore dalla barba bianca, vestito di rosso. Provavo molta compassione per tutti i miei coetanei che credevano in questo tizio. 'Poverini', pensavo, 'li aspetta una grossa delusione. Quando scopriranno che non esiste sarà un trauma e capiranno quanto siano stupidi e quanto io sia intelligente.' Incredibile come la compassione verso gli altri negli anni si sia potuta tramutare in compassione verso me stessa, incredibile come quel senso di superiorità intellettiva si sia trasformato in senso di inferiorità emotiva. Incredibile come a un certo punto la bambina che non aveva mai creduto in niente si sia trasformata in una donna piena di rabbia, e ancor più incredibile come questa rabbia intossicante si sia infine trasformata in bulimica fame di vita, in forte voglia di rivalsa, in un sano desiderio incessante di sognare e di esaudire i propri sogni. Ho capito, negli anni, che Babbo Natale poteva esistere anche per me se solo ci avessi creduto, ho capito che avrebbe portato regali anche a me se solo li avessi chiesti e saputi aspettare. Bisogna credere nella magia affinché essa ci possa avvolgere, bisogna credere nei propri sogni affinché essi si avverino. Bisogna credere in Babbo Natale affinché arrivi e ci porti i regali. Ci vuole coraggio, per credere in ciò che sappiamo esistere solo nel nostro immaginario. Ci vuole coraggio per credere che il nostro immaginario sia l'anteprima della nostra realtà. Ci vuole un coraggio inaudito. Il coraggio di chi sogna e realizza i propri sogni, il coraggio di chi non si lascia scoraggiare dalla banale razionalità ed apparente evidenza, il coraggio di chi sa osare, di chi ci mette il cuore e di chi, quasi sempre, vince.

domenica 24 novembre 2013

UN BICCHIERE VUOTO



Ricorre oggi un anno dalla scomparsa del mio adorato coniglietto nano, Sanyu, che mi ha fatto compagnia per 13 anni. Ricordo come se fosse oggi l'immenso dolore e la sensazione di vuoto dei giorni a seguire. Un vuoto che non si è più colmato, nonostante la concreta pienezza della mia vita. Lo scorso Agosto avevo deciso di prendere un altro coniglietto. Siamo a fine Novembre, e ancora non l'ho preso. Le scuse, le giustificazioni, anche plausibili e fondate, sono molte. Per esempio, il fatto che viaggio spesso, che il weekend sono spesso fuori Roma, che durante la giornata non ci sono mai e che quindi il piccolino rimarrebbe troppo solo. Oppure il fatto che, da buon roditore, rosicchierebbe tutto quello che gli capita a tiro esattamente come fece da cucciolo Sanyu, e avendo io restaurato casa da poco e messo mobili, tappeti, tende e divani nuovi temo per la loro incolumità, o per quella del coniglio stesso nel caso mordesse i cavi elettrici di apparecchi elettronici di ogni tipo. La verità, però, è una sola. La giustificazione, o meglio l'alibi, ha un solo nome: PAURA. La paura della responsabilità a cui inevitabilmente si va incontro quando si ama e quando ci si deve prendere cura di qualcuno. La paura di aprire nuovamente il cuore a un esserino che prima o poi ti abbandonerà, la paura di un impegno quotidiano che richiede quella costanza che solo le grandi passioni e i grandi amori sono in grado di generare. La paura di non essere all'altezza del compito, la paura di non poter garantire il mio amore costantemente, ogni singolo momento della mia vita. In una parola, la paura di amare. Ricordo bene, come ho detto, il vuoto, la sensazione di abbandono, che ho provato il giorno che Sanyu è mancato. Ricordo anche bene però (e non voglio e non posso vigliaccamente negarlo) la sensazione di liberazione da un impegno e da una responsabilità che mi avevano accompagnata per 13 lunghi anni. Ricordo la meravigliosa sensazione di libertà, quella mia amata libertà, agognata e rincorsa tutta la vita, ottenuta a prezzi talvolta altissimi. In certi momenti, specialmente gli ultimi due anni, era faticoso accudire Sanyu. La presenza di quel povero esserino ormai molto anziano e malandato mi procurava più preoccupazioni e angosce che gioie. Mi guardo indietro, molto indietro, e scopro che, a ben guardare, è la stessa sensazione che ho avuto da bambina con i miei genitori. Fin da piccola, per la malattia che ha colpito mia madre quando avevo soli sette anni e che l'ha portata alla morte, e per la temporanea dipendenza dall'alcol di mio padre e tutti i suoi continui problemi di salute psicofisici che lo hanno accompagnato tutta la vita, ho sempre associato all'amore oneri, impegni, fatica, sofferenza, responsabilità, sacrifici e mancanza di libertà, mancanza di aria, senso di soffocamento, paura. Paura della perdita, paura dell'abbandono, paura della responsabilità, paura della sofferenza, paura di soccombere a qualcosa di più grande di me, paura della fatica emotiva, paura di non essere all'altezza di un compito troppo difficile. Paura e basta. E la paura altro non è che il sentimento opposto all'amore. La paura è il vuoto. E' un bicchiere vuoto che solo l'amore può riempire. Avere coraggio nient'altro vuol dire che avere cuore, quindi amore. L'unico vero antidoto contro la paura è l'amore. Solo sintonizzandoci sulla frequenza dell'amore possiamo uscire dalla frequenza della paura.  I brividi di paura non sono altro che brividi di freddo al cuore, all'anima. Sanyu ha vissuto per 13 anni come un re. Il veterinario lo chiamava Highlander e mi ha sempre detto che, al di là di un innegabile DNA particolarmente fortunato, sicuramente il piccolo esserino aveva ricevuto molto amore, ed era evidente dal suo carattere, oltre che dal suo stato di salute. La vita che ho fatto in quei 13 anni non era poi tanto diversa da quella che faccio ora: sempre con la valigia in mano, sempre amante dei viaggi e in partenza per vacanze anche lunghe, sempre fuori dalla mattina alla sera, sempre super impegnata. Ma mai ho fatto mancare qualcosa a Sanyu, mai mi sono dimenticata di lui, mai sono stata incapace di prendermene cura, mai mi sono sentita non all'altezza di un simile compito. Né mai mi sono limitata nel godermi la vita e nel prendermi impegni di ogni tipo, lavorativi, sociali e personali. E' stato facile amarlo e prendermi cura di lui, tutto sommato. Adesso, voltandomi indietro, vedo solo fatica, impegno e responsabilità, ma quello che ho visto e provato per 13 anni era amore, quell'amore che in questo periodo della mia vita non riesco a ricordare e provare perché troppo spaventata da tutto.  La paura tende a farci dimenticare la nostra capacità di amare. Il bicchiere vuoto genera una sete che possiamo placare  solo amando. Spero di ritrovare presto il coraggio di riempire quel bicchiere, spero che il cuore abbia la meglio. Spero che la luce della mia Anima faccia scomparire il buio dell'Ego. E dicendo la parola 'spero', so che sto continuando a fare un errore. Devo solo decidere, non sperare. Dipende solo da me. A chi in questi mesi mi ha detto: 'Pensavo di regalarti un coniglietto ma poi non l'ho fatto perché non volevo costringerti', va il mio grazie. Sarebbe una sconfitta amare per imposizione, perché qualcuno ha scelto per me. Si ama perché si sceglie di amare, e  la scelta è e dev'essere mia. Devo solo scegliere. Come sempre, come ognuno di noi in ogni istante della propria vita.




giovedì 21 novembre 2013

CARÒN DIMONIO

Certe volte mi chiedo che ruolo abbiamo nelle vite altrui, a prescindere dai ruoli 'apparenti' di amico, amante, partner, coniuge, collega, collaboratore e così via. Mi è capitato spesso di pensare che siamo 'traghettatori di anime', come Caronte. Penso che il nostro scopo sia quello di accompagnare qualcuno ad attraversare un fiume da una sponda all'altra, laddove il fiume rappresenta un percorso interiore di qualche tipo, forse difficile per quella persona, che ha bisogno del nostro aiuto, come noi abbiamo bisogno talvolta di quello altrui. Capita talvolta di 'sentire', nel profondo, che quel percorso, con quella persona, sia essa un amico o un partner, è finito, pur non essendo finiti i sentimenti reciproci. Capita di sentire intimamente che l'uno non può più aiutare l'altro nella rispettiva crescita, che il contributo reciproco è esaurito, oppure che il percorso deve essere modificato, e che solo apportando quelle essenziali modifiche il rapporto potrà continuare. Possono essere anche modifiche piccole, semplici e apparentemente insignificanti, grazie alle quali lo stesso rapporto è in grado di rinascere come se fosse un rapporto nuovo, perché di fatto lo è, a tutti gli effetti. È un percorso nuovo di zecca, mentre il percorso vecchio è finito e dobbiamo comunque dirgli addio. Un po' come quando siamo costretti a reimpostare il navigatore per improvvisi lavori in corso o per un incidente stradale che ostacola la strada che stiamo percorrendo. Se riuscissimo a non permettere al nostro Ego di intromettersi nel sentire della nostra Anima, tormentandoci con i suoi dubbi, i suoi perché, le sue disperazioni, le sue paure, il suo non accettare l'impermanenza dell'Universo, il suo trattenere, la sua incapacità di lasciar andare, capiremmo che ogni rapporto umano ha il suo percorso, il suo fiume da attraversare.. A volte il viaggio è breve, a volte è più lungo, a volte prevede alcune soste o qualche cambiamento di rotta, qualche passo indietro prima di farne altri avanti. E ha un suo inizio e una sua fine. Come tutti i viaggi. Se accettassimo di buon grado questo concetto, non ci rattristeremmo più per la fine di un'amicizia, di un amore, di un rapporto qualunque. Scomoda e fastidiosa per il nostro Ego, la figura di Caronte, ma nobile per la nostra Anima. Sta a noi scegliere se accettarla o meno, se farci pace o continuare a rifiutarla, se vederla in noi e negli altri, o negare la sua esistenza. A noi la scelta, come sempre, del resto.

mercoledì 13 novembre 2013

VITA TUA VITA MEA

Quando abbiamo un avversario, un rivale, un antagonista in qualsivoglia ambito della nostra vita (il post me lo ha ispirato un dibattito politico di qualche giorno fa, ma l'argomento può riguardare qualunque settore anche non lavorativo), il nostro primo istinto è quello di distruggerlo. Non potendolo eliminare fisicamente (sono da sempre convinta che se l'omicidio fosse legale oppure se avessimo l'assoluta certezza di non essere mai scoperti la popolazione si dimezzerebbe in un attimo) tentiamo di distruggerlo nella nostra mente. Ne cogliamo abilmente i difetti (fisici, caratteriali, professionali che siano), li analizziamo uno ad uno, li ingigantiamo se possibile, cerchiamo di focalizzarci solo e soltanto su quelli, riuscendo talvolta persino a giungere alla conclusione illusoria che questa persona non possa competere con noi perché inferiore. Purtroppo, però, alla prima occasione, il rivale che abbiamo così abilmente ucciso nella nostra fantasia risorgerà come l'araba fenice e ci mostrerà ancora una volta la sua abilità competitiva. A quel punto ci chiediamo cosa c'è che non va in noi, perché non riusciamo ad avere la meglio, dove abbiamo sbagliato, e dove continuiamo evidentemente a sbagliare. Semplice. L'errore sta proprio nel tentativo di distruggere l'avversario. Un errore madornale. A parte il fatto che credo fortemente in un pensiero sistemico dove il concetto 'mors tua, vita mea'  è altamente disfunzionale per il raggiungimento di obiettivi e nuoce anche e in primis a noi stessi, ritengo poi che la prima cosa che dovremmo fare è riconoscere le abilità di questo presunto avversario, le qualità, i meriti, l'astuzia, e soprattutto, una cosa su tutte: il carisma. Perché se una persona ha molto successo, se ne ha più di noi, e magari non ha più qualità o meriti di noi, vuol dire che ha carisma. Forse noi non riusciamo a vederlo, forse su di noi non ha effetto, forse lo sottovalutiamo, o molto più probabilmente non lo vogliamo vedere. Riconoscere e accettare il carisma di quelli che detestiamo, che temiamo, che invidiamo, che hanno più successo di noi, o con i quali siamo comunque in competizione, è il primo fondamentale passo per sconfiggere il loro potere, che comunque, tengo a ripeterlo, secondo me non ostacola in alcun modo il nostro. Riconoscere e accettare il loro carisma vuol dire individuare la chiave del loro successo, il loro biglietto da visita. Tentare di sfondare le porte a spallate cercando di distruggere chi è già entrato è faticoso e molto spesso inutile, meglio trovare le chiavi con cui altri sono riusciti ad aprirle e cercare di farne una copia per noi. Oppure, meglio ancora,e lì sta la differenza tra la persona carismatica e chi tenta solo di emularla, riuscire a cambiare la serratura e trovare una chiave tutta nostra che nessun altro potrà mai avere. Tornando per un attimo col pensiero alla politica italiana, che se non altro, nella sua totale inutilità, ha avuto il merito di darmi un'idea per questo blog, dubito fortemente che sia un ambiente in cui questo mio pensiero sarebbe compreso e gradito. Me ne farò una ragione. D'altra parte, neanche io comprendo e gradisco la politica italiana.

mercoledì 6 novembre 2013

BUONANOTTE E SOGNI D'ORO

Ho sempre banalmente pensato (credo come molti di voi) che fare bei sogni, la notte, fosse preferibile al fare brutti sogni, argomento che ho già trattato su questo blog qualche mese fa. La qualità del sonno è indubbiamente migliore, come lo è il risveglio e la sensazione che ti rimane addosso per tutta la giornata. Non avevo però calcolato una variabile che rende il bel sogno nocivo per il nostro umore quanto quello brutto. La variabile è quella cosa con cui dobbiamo fare sempre, immancabilmente, i conti: la realtà. Tanto essa è capace di rassicurarci dopo un orrendo incubo, infatti, quanto è in grado di buttarci addosso un secchio di acqua gelida per toglierci ogni illusione. Giorni fa mi è capitato di fare un bellissimo sogno e il risveglio, seguito immediatamente dal prendere atto della realtà, è stato davvero doloroso, quasi traumatico. Il senso di delusione è tale, in questo caso, che non sai con chi prendertela: con te stesso per nutrire sciocche e infantili speranze? Con la notte che invece di portare consiglio ha portato solo inutili illusioni? Con il tuo inconscio che non smette mai di ripeterti quello che realmente desideri? Con la realtà, che non assomiglia neanche lontanamente al sogno? Non c'è capro espiatorio che tenga. Non potendo prendertela con niente e nessuno, ti tieni la delusione e ci convivi per il resto della giornata. Con un piccolo problema. La realtà ti sembra ancora più brutta e dolorosa di quel che è.  E cattiva, anche. Spietata. Perché sai che potrebbe essere diversa. Lo sai perché l'hai sognato. E tutto quel che sogniamo, per il nostro cervello, è realtà, a tutti gli effetti.  Il cervello, si dice, non distingue un'esperienza vividamente immaginata (e dunque anche sognata) da una realmente vissuta. A livello neurologico pare sia così. Quindi, se la tua realtà notturna è stata meravigliosa, sarà molto difficile accettare quella diurna, così lontana da ciò che potrebbe essere e a cui neanche vagamente somiglia. Ce l'avrai con lei, con quella maledetta realtà diurna, tutto il giorno, tutta la sera, fino al momento in cui ti addormenti di nuovo, sperando che finalmente tutto torni ad essere come deve essere, ovvero come tu vuoi che sia.

CUORE, RESISTI!

Sono da sempre contraria all'avviso di chiamata nei cellulari. Lo ritengo indice di maleducazione, di poca sensibilità, di incapacità di entrare in empatia con le persone. Trovo intollerabile che, mentre stai parlando con qualcuno, questo qualcuno improvvisamente dica: 'oddio, scusa, mi sta chiamando Tal dei Tali' (quasi mai trattasi del Padreterno o di illustre personaggio impossibile da reperire) e ti agganci il telefono in faccia dicendo che ti richiamerà appena possibile. Esiste il diritto di precedenza, nella vita, e soprattutto esiste la buona educazione. Ti ho chiamato prima io, stai parlando con me, finisci la conversazione con me e poi chiami questa persona che, a meno che non sia affetta da gravi patologie, non si toglierà la vita per aver trovato la linea occupata. Qualcuno a cui ho fatto notare questa cosa, mi ha risposto che l'avviso di chiamata è necessario per poter stare in conversazione telefonica molto tempo senza paura di perdere una chiamata importante. Qui ammetto di avere un problema di comprensione: non riesco proprio a capire come si possa sprecare gran parte della propria vita al telefono. Ventiquattro ore (anzi sedici, tolte le canoniche otto ore di sonno) mi sembrano già molto poche per fare tutto quello che voglio fare in una giornata, non riuscirei mai a concepire di impiegare alcune ore in chiacchiere telefoniche. Preferisco la sintesi dei messaggi scritti  o qualche chiacchiera a tu per tu davanti a un bicchiere di vino. Questo, però, è un problema tutto mio. Credo che il problema vero sia a monte, e riguardi la società odierna. Credo si tratti di mancanza di pazienza. Non sappiamo più cosa sia, la pazienza. Non sappiamo più aspettare. Un tempo aspettavamo la telefonata a casa, e se chiamavamo qualcuno e trovavamo la linea occupata, anche per ore, continuavamo imperterriti a chiamare finché non si liberava. Eravamo pazienti. Pazienti e tenaci. Adesso non riusciamo più ad aspettare, e non vogliamo essere aspettati. Recentemente ho appreso che in Cina per dire la parola 'pazienza' usano un'espressione che significa 'cuore resistente'. Ecco, credo che sia proprio questo il punto. Non abbiamo più il cuore, quindi il coraggio, di attendere e di farci attendere. Abbiamo solo paura. Paura di non trovare e di non farci trovare. Paura di fare un secondo o un terzo tentativo, e paura che nessuno voglia farlo con noi. Paura degli ostacoli momentanei, paura di essere fregati dal tempo. Il cuore è un muscolo, e come tale va allenato; solo così avrà più resistenza. Anche la pazienza va allenata. Peccato che non abbiamo più pazienza per farlo.

mercoledì 30 ottobre 2013

IL GIUSTO PREZZO

Mi capita da sempre e, devo dire, sempre più frequentemente, di sentire lamentele riguardo modi discutibili e 'poco ortodossi' utilizzati da alcune persone per ottenere risultati sul lavoro. L'argomento è noto a tutti: raccomandazioni di vario tipo, donne che si accoppiano a uomini di potere che le aiutano a far carriera, ruffiani e ruffiane che si fanno strada a suon slinguazzate a deretani vari, persone che sui social network si dichiarano grandi amiche di coloro dei quali poi dicono peste e corna appena fuori dalla vita virtuale, regali 'giusti' fatti a persone 'giuste', piccoli ricatti più o meno espliciti... Insomma, espedienti a cui, da che mondo è mondo, molte persone a volte prive di talento (ma non necessariamente) ricorrono per fare carriera. Premetto: capisco perfettamente l'indignazione. Capisco perfettamente la frustrazione, la rabbia, il dispiacere e il senso di ingiustizia di chi si lamenta. Capisco davvero molto bene. Posso solo dire come io personalmente l'ho superata, sperando che qualcun altro abbia la mia fortuna. Negli anni ho capito che per raggiungere un obiettivo, un risultato, e quindi anche per fare carriera, è necessario essere disposti a rinunciare a qualcosa. A volte solo in parte e temporaneamente, a volte totalmente e per sempre. C'è chi rinuncia a piccole cose, a un hobby, a una vacanza, al tempo libero, al sonno. C'è qualcuno che rinuncia ad avere figli, o a una vita sentimentale. C'è anche, poi, chi rinuncia a cose per me irrinunciabili: rinuncia al rispetto di se stesso e del prossimo, alla lealtà, all'onestà, ai propri valori e soprattutto alla propria dignità. Credo che questa sia la rinuncia più grande che un essere umano possa fare e che il prezzo da pagare in questo caso sia il più alto in assoluto. La domanda che mi sono posta, circa un anno fa, in un momento che ricorderò sempre come di grande liberazione, è stata la seguente: 'A cosa sono disposta a rinunciare io per raggiungere un obiettivo di qualunque genere e in qualunque ambito della mia vita?' A tante cose, a seconda dell'obiettivo in questione (che esige anche rinunce di diverso genere) ma MAI, in nessun caso, al rispetto, alla lealtà, all'onestà, ai miei valori e alla mia dignità. È un prezzo per me troppo alto da pagare, e non ho obiettivi per cui valga la pena farlo. La seconda domanda che mi sono chiesta è la seguente: 'Ha senso arrabbiarmi se qualcuno, invece, è disposto a pagare questo prezzo?'. No. Non ha senso alcuno. Sarebbe come vedere un oggetto molto bello ma molto caro in vetrina, potermelo pemettere, ma ritenere che sia troppo caro, che non valga quei soldi, e quindi non comprarlo, arrabbiandomi poi però se qualcuno lo compra al posto mio. La dignità la abbiamo tutti, e siamo liberi di perderla in qualsiasi momento per qualsiasi obiettivo da raggiungere. C'è chi pensa che valga la pena farlo. Io no, ma non ha senso arrabbiarmi se queste persone vogliono vivere una vita che, dal mio punto di vista, è un inferno, una vita a cui preferirei la morte. Forse per loro è il paradiso, o forse sono semplicemente disposti a vivere nell'inferno. La cosa non mi riguarda. Neanche se in cambio hanno quello che vorrei avere io. Hanno pagato un prezzo che io non sono disposta a pagare. E chi ha permesso loro di farlo, chi ha comprato la loro dignità, è sicuramente qualcuno da cui io non comprerei mai la realizzazione di un mio sogno, e non solo per il prezzo troppo alto che chiede, ma soprattutto perché non sarebbe  in grado di darmi davvero ciò che voglio. Ecco perché capisco il senso di ingiustizia ma, per fortuna, non lo condivido più. Sono libera, come lo siamo tutti, di scegliere il giusto prezzo per i miei sogni. E la scelta altrui non mi riguarda più. Anche questa è libertà.

lunedì 21 ottobre 2013

INIZIO DALLA FINE

Ci si chiede spesso quale sia lo scopo della nostra vita e se ce ne sia uno: personalmente, credo che un buon modo di capirlo, di capire che tipo di persone vogliamo essere, che genere di vita vogliamo vivere, quali risultati e obiettivi vogliamo raggiungere, sia immaginare il nostro funerale. E' un esercizio che ho fatto spesso. Ho più volte immaginato il mio funerale con amici, conoscenti e parenti, sia reali che immaginari, che parlassero di me. Tra di loro o in pubblico, prima, durante e dopo le esequie. Lo ritengo un esercizio utilissimo e vi invito a farlo almeno una volta. Non cambierà il vostro destino, non porterà sfortuna, fatelo divertendovi o commuovendovi, come quando da bambini giocavate con l'amico immaginario, che sapevate non essere reale ma che in quei momenti lo era. Quando immagino il mio funerale, penso a cosa vorrei che le persone presenti dicessero di me, quali parole, quali aggettivi vorrei che usassero nei miei confronti, per descrivermi, per descrivere le mie azioni. Non quello che immagino che direbbero, attenzione! Quello che vorrei che dicessero. Vorrei che dicessero di me che, anche se in piccola parte, anche se solo con un sorriso, ho apportato un istante di felicità alle loro vite, che le ho migliorate anche solo per un secondo, che ho sempre cercato di soddisfare i mie bisogni di crescita e contributo senza mai stancarmi, arrendermi o risparmiarmi.
Vorrei che dicessero di me che ho saputo godermi la vita cercando di realizzare i miei sogni e quelli altrui. Vorrei che dicessero che sentiranno la mia mancanza ma che sanno che io, da lassù, voglio che siano felici anche senza di me, perché sono sempre stata contro ogni tipo di dipendenza. Vorrei che dicessero che qualcosa da me, anche dai miei difetti e dai miei errori, hanno imparato. Vorrei che dicessero che, anche se non ci sono più, ho lasciato un piccolo ricordo, ma indelebile. Vorrei essere ricordata per il mio amore per i viaggi, per il sole, per il mare e per i ristoranti, ma anche per le difficoltà superate, per i momenti bui che sembravano avermi momentaneamente buttata a terra e che invece mi hanno fortificata. Vorrei che mi ricordassero sorridente, davanti a un piatto prelibato e a un bicchiere di vino.  Partire dalla fine, a volte, è centrare il bersaglio subito per poi tornare indietro, allontanarsene, prendere la mira e centrarlo di nuovo, con il vantaggio di sapere già la direzione, la traiettoria precisa, il dove, il quando, il come e soprattutto il perché.

martedì 15 ottobre 2013

VA TUTTO BENE (MA ANCHE NO)

Noto spesso un grande fraintendimento da parte di molte persone sul cosiddetto 'pensiero positivo'. Noto una forte tendenza da parte di queste persone a riempirsi la bocca con la frase fatta 'dai, su, pensa positivo!' È irritante esporre un tuo problema, una situazione difficile da risolvere, un tuo stato d'animo non particolarmente bello, e sentirti rispondere così. È irritante perché di base questo non è ottimismo, è negazionismo. Il vero ottimismo non è negare il problema, far finta che non esista e dirsi che tutto va bene. Il vero ottimismo, il vero pensiero positivo, è prendere atto della realtà, per quando sgradevole e difficile, e chiedersi quale insegnamento si possa trarre da essa, e come si possano risolvere certe situazioni complicate. Cercare di trarre vantaggio dai momenti brutti, difficili, faticosi, è il più grande regalo che possiamo fare a noi stessi. Essere opportunisti con la vita quando la vita è opportunista con noi. Sfruttare lei quando sembra sia lei a sfruttare noi. Utilizzare ogni difficoltà per crescere e diventare ancora più speciali. Negare che ciò che stiamo attraversando sia doloroso non porta da nessuna parte se non a mentire spudoratamente a noi stessi. E il cervello lo sa, quando mentiamo a noi stessi. Non lo si può ingannare, il cervello. Mentire a se stessi è molto pericoloso, perché ci rende persone false e inaffidabili ai nostri occhi. Dobbiamo riconoscere il dolore, la difficoltà, le problematiche oggettive della nostra realtà, sentirle emotivamente, accettarle, e sfruttarle a nostro favore, trarne ogni vantaggio possibile, dopodiché cercare di capire come risolverle. Questo è ottimismo. Coloro che ripetono incessantemente 'pensa positivo' pensando che questa frase risolva ogni problema come per magia senza capire come, senza fare alcunché per elaborare la situazione, non sono ottimisti, sono solo coglioni.