Giorni fa mi chiedevo quali siano le persone di cui non riesco a fidarmi. La risposta è stata immediata. Ci sono due tipologie di cui proprio non mi fido. La prima è quella degli ipocriti. Gli ipocriti, per il mio modo modo di essere, sono peggio dei bugiardi, ed è questo che apparentemente potrebbe sorprendere, perché in fondo l'ipocrita non ha una vera e propria intenzione ingannatoria nei confronti altrui. L'ipocrita è solo un codardo, un poveraccio che finge opinioni, ideali, sentimenti e virtù che non possiede perché si vergogna profondamente di quello che pensa e che prova davvero. Ebbene, è proprio questo il punto. Io non mi fido di chi si vergogna di ciò che è e di mostrarlo agli altri. Non mi fido non perché non comprenda la sensazione di vergogna che si può provare per qualche nostro aspetto caratteriale o per qualche nostra abitudine. Non mi fido perché non comprendo la codardia di non cambiare questo nostro aspetto o queste nostre abitudini. Non mi fido di una persona che odia a tal punto ciò che è da preferire di fingersi altro piuttosto di cambiare. L'ipocrisia è una scelta rinunciataria. E' una scelta vigliacca di chi si arrende di fronte alle proprie umane debolezze, ai propri limiti, al proprio vissuto. E' una scelta vigliacca di chi non si mette in gioco, di chi non esce dal guscio che si è creato. E' una scelta la cui vigliaccheria non ricade solo sulla persona ipocrita, ma su tutti quelli che lo circondano. Non mi fido di chi continua a raccontare balle agli altri perché in primis le racconta a se stesso. Ed ecco la seconda tipologia di cui non riesco a fidarmi. Quelli che si creano mille alibi per non fare qualcosa che sanno potrebbe cambiare loro la vita. Quelli che se la raccontano, che dicono 'in fondo sto bene così', ma poi sono profondamente infelici. Come posso fidarmi di una persona che racconta bugie a se stesso, ovvero alla persona più importante che c'è? Alla fine, a ben guardare, io non mi fido della mancanza di lucidità e della mancanza di coraggio. Perché avere coraggio significa avere cuore per fare qualcosa. E io non mi fido della mancanza di cuore. Perché quando è mancato a me, non mi è piaciuta la mia inaffidabilità verso me stessa e verso gli altri. E se non ti piace qualcosa che hai visto in te stessa almeno una volta, non ti piacerà mai negli altri.martedì 4 febbraio 2014
MI FIDO DEL CUORE
Giorni fa mi chiedevo quali siano le persone di cui non riesco a fidarmi. La risposta è stata immediata. Ci sono due tipologie di cui proprio non mi fido. La prima è quella degli ipocriti. Gli ipocriti, per il mio modo modo di essere, sono peggio dei bugiardi, ed è questo che apparentemente potrebbe sorprendere, perché in fondo l'ipocrita non ha una vera e propria intenzione ingannatoria nei confronti altrui. L'ipocrita è solo un codardo, un poveraccio che finge opinioni, ideali, sentimenti e virtù che non possiede perché si vergogna profondamente di quello che pensa e che prova davvero. Ebbene, è proprio questo il punto. Io non mi fido di chi si vergogna di ciò che è e di mostrarlo agli altri. Non mi fido non perché non comprenda la sensazione di vergogna che si può provare per qualche nostro aspetto caratteriale o per qualche nostra abitudine. Non mi fido perché non comprendo la codardia di non cambiare questo nostro aspetto o queste nostre abitudini. Non mi fido di una persona che odia a tal punto ciò che è da preferire di fingersi altro piuttosto di cambiare. L'ipocrisia è una scelta rinunciataria. E' una scelta vigliacca di chi si arrende di fronte alle proprie umane debolezze, ai propri limiti, al proprio vissuto. E' una scelta vigliacca di chi non si mette in gioco, di chi non esce dal guscio che si è creato. E' una scelta la cui vigliaccheria non ricade solo sulla persona ipocrita, ma su tutti quelli che lo circondano. Non mi fido di chi continua a raccontare balle agli altri perché in primis le racconta a se stesso. Ed ecco la seconda tipologia di cui non riesco a fidarmi. Quelli che si creano mille alibi per non fare qualcosa che sanno potrebbe cambiare loro la vita. Quelli che se la raccontano, che dicono 'in fondo sto bene così', ma poi sono profondamente infelici. Come posso fidarmi di una persona che racconta bugie a se stesso, ovvero alla persona più importante che c'è? Alla fine, a ben guardare, io non mi fido della mancanza di lucidità e della mancanza di coraggio. Perché avere coraggio significa avere cuore per fare qualcosa. E io non mi fido della mancanza di cuore. Perché quando è mancato a me, non mi è piaciuta la mia inaffidabilità verso me stessa e verso gli altri. E se non ti piace qualcosa che hai visto in te stessa almeno una volta, non ti piacerà mai negli altri.martedì 28 gennaio 2014
DELL' ODIO E DELL' AMORE
Da bambini impariamo che l'odio è il contrario dell'amore. Niente di più sbagliato. L'odio è l'altra faccia dell'amore, è il rovescio della stessa medaglia. Si odia quando qualcuno o qualcosa ci ha impedito di amare, per qualche motivo. Quando le nostre regole sono state violate, quando qualcuno ci ha feriti. Si odia quando la rabbia per non poter aprire il nostro cuore liberamente prende il sopravvento, quando il senso di impotenza per non poter mostrare la nostra parte migliore ci pervade, quando il dare e il ricevere trovano troppi ostacoli sul loro cammino. L'odio è l'amore che abbiamo chiuso in una gabbia e che grida per uscire, è l'amore reso impotente da qualcuno o qualcosa. L'odio è il grido di disperazione dell'anima, è richiesta di aiuto, è amore soffocato, è istinto di sopravvivenza. Ma se per sopravvivere ricorriamo all'odio, per vivere è necessario amare. E solo quando smascheriamo il dolore nascosto dietro l'odio possiamo tornare in contatto con quell'amore soffocato e ricominciare a vivere.
lunedì 20 gennaio 2014
IL VALORE AGGIUNTO
Mi sono chiesta più volte il motivo che mi spinge ad allacciare ma soprattutto a mantenere i rapporti umani. Rapporti di amicizia, di amore, di collaborazione, di qualunque tipo. Considero da sempre il mio tempo preziosissimo e più vado avanti con l'età più seleziono le mie frequentazioni più assidue. Il comune denominatore di queste frequentazioni è uno e uno soltanto: il valore aggiunto. Ritengo che l'ingrediente essenziale per ogni tipo di rapporto sia l'essere e il trovare negli altri un valore aggiunto. Nessun rapporto, dal mio punto di vista, ha senso di esistere o perpetrarsi nel tempo se non esiste quel qualcosa che fa la differenza, quel qualcosa che apporta valore alla nostra vita, quel qualcosa che ci fa dire che senza quella persona la nostra vita e la sua sarebbe una vita di qualità inferiore. Trovo che il tempo a nostra disposizione sia troppo poco e troppo prezioso per continuare a frequentare persone che non fanno la differenza, e per le quali non la facciamo noi. Dobbiamo pretendere il valore aggiunto da noi stessi e dagli altri, dobbiamo cercarlo, andare a scovarlo anche quando si nasconde abilmente, e se proprio non lo troviamo dobbiamo lasciar andare quel rapporto. Lasciare che altri trovino il loro valore aggiunto con altre persone, e trovarlo con altre persone anche noi. Il valore è in tutti noi. L'abilità è trovarlo e aggiungerlo alle nostre vite e quelle altrui.
lunedì 13 gennaio 2014
DAL LETAME NASCONO I FIOR
Voglio raccontarvi una storia. C'era una volta una bambina molto infelice e spaventata. Una bambina che non si sentiva mai al sicuro. Questa bambina, per sfuggire alle sue paure, si rifugiava nei sogni. Si chiudeva in camera o nel bagno e si metteva a sognare ad occhi aperti. Il sogno più ricorrente, a quei tempi, era di festeggiare il compleanno con i Ricchi e Poveri (molto famosi, all'epoca) che avrebbero cantato per lei, compresa la classica canzoncina 'Tanti auguri a te'. Questo sogno era talmente grande e potente che lei riusciva a visualizzarlo e vivere ogni emozione come se fosse reale. Questa folle bambina non aveva nessun dubbio che questo sogno si sarebbe prima o poi realizzato. E l'idea la eccitava, la rendeva felice e gioiosa, la faceva sentire ripagata di tutto, come se la realizzazione di questo sogno fosse un risarcimento per tutta l'infelicità che stava vivendo. La bambina pian piano è cresciuta ed è diventata adolescente. E la passione per i Ricchi e Poveri si è tramutata in quella per i Duran Duran e per altri complessi decisamente più in voga e più 'fighi'. Ma quel sogno, quel sogno della bimba impaurita, non è mai svanito. Le canzoni dei Ricchi e Poveri continuavano ad essere ogni tanto ascoltate su Lp e musicassette. Poi l'adolescente è diventata una giovane donna amante della musica vintage anni Ottanta e ha comprato i cd dei Ricchi e Poveri. A un certo punto nel mondo della tv sono sbarcati i reality show, e con la presenza dei Ricchi e Poveri a Music Farm la giovane donna ha ripreso infantilmente a sognare che quel gruppo cantasse per lei a un compleanno. La giovane donna è diventata poi una donna un po' meno giovane e ha trasferito quelle canzoni nell'iPod per sentirle in palestra. E ogni volta, sul tapis roulant, si sentiva energica e allegra ascoltando quelle canzoni, e continuava a fare quel sogno. Soprattutto nei momenti tristi, nei momenti che le facevano rivivere quei brutti momenti dell'infanzia. Ormai ascoltare ogni tanto i Ricchi e Poveri e sognare che cantassero per lei non era solo un vezzo originale. Era anche un modo per ricordare a se stessa che sognare è meraviglioso. Giunta a 39 anni, a quella donna è scattato un click. Si è svegliata una mattina pensando: 'E se trasformassi quel sogno in obiettivo? Ho sempre pensato che a 40 anni avrei fatto qualcosa di molto speciale. E se facessi una festa invitando i Ricchi e Poveri a cantare per me?' Ovviamente, una parte della testa di quella donna, la parte fintamente 'sana', ha detto subito: 'Tu sei una povera pazza.' Ma fortunatamente la parte veramente sana di quella testolina ha risposto a dovere: 'Forse sì, forse sono pazza. E voglio fare questa pazzia.' Ed ecco come prosegue la mia storia (perché tanto lo sapete che si tratta di me...). Sono riuscita, tramite un cantante di mia conoscenza, ad avere il numero del loro manager, il quale molto bruscamente mi ha liquidata con un 'Loro non si prestano a questi eventi e comunque sono sempre all'estero per tournée varie o impegnati in altre cose,' La cosa incredibile è che quelle parole non mi hanno scoraggiata neanche per un secondo. Avevo vissuto quella festa nella mia mente talmente tante volte, talmente tanto nitidamente, che esisteva già, era già fatta. Ho semplicemente detto al manager di chiederglielo, e di porgere loro i saluti del cantante comune amico. Il giorno dopo il manager mi ha richiamata e mi ha detto che avevano accettato, e che non mi avrebbero chiesto soldi tranne un rimborso spese, grazie all'amico comune che ci aveva messo una buona parola. Unico problema. Avevano quasi tutti i weekend occupati, e Roma non compariva quasi mai nel loro calendario. Dico la data della festa e il manager mi risponde: 'Accidenti, Signorina, Lei è proprio fortunata! Non solo è uno dei loro pochi sabati liberi in questi prossimi mesi, ma il giorno prima e quello dopo devono essere per forza a Roma per una trasmissione televisiva, quindi la cosa è facilissima!' Fortunata, mi aveva detto. Forse sì. Forse era davvero un rimborso per tutte le sfortune dell'infanzia. Ma io non credo di essere stata fortunata. Credo di essere stata io a creare quella realtà, non smettendo mai di sognare. Era un sogno stupidissimo per molte persone... un sogno per cui sono stata derisa molte volte prima e dopo averlo realizzato. Ma era il mio sogno, quello che mi aveva salvata da una brutta infanzia. E si è avverato. Ho fatto una splendida festa a Villa Miani, a Roma, con un sacco di miei amici, e i Ricchi e Poveri hanno cantato per me, compresa la famosa 'Tanti auguri a te' quando è arrivata la torta. Ho scritto questa storia non solo per condividere con voi un mio momento di felicità di qualche anno fa, di cui molti sono peraltro già a conoscenza, né per dirvi il banale 'non smettete mai di sognare'. Ho scritto questa storia perché recentemente, commentando un altro blog e scrivendo questa storia così come ve l'ho raccontata, mi sono soffermata a riflettere sul significato di questo sogno, sulla sua origine. Se tornate per un attimo all'inizio della storia, vi ricorderete che questo sogno è nato per difendermi da un'infanzia molto infelice. Da piccola non sapevo divertirmi, non sapevo godermi la vita, non sapevo giocare con gli altri bambini. Sapevo solo sognare, perché era l'unica cosa che potevo fare per non soccombere alla paura e al dolore. La motivazione era molto forte. Fuggire da una vita orribile e viverne una per me meravigliosa. E tanto più la motivazione è forte, tanto più il desiderio e l'obiettivo è stimolante, tanto più il sogno è nitido e vivido e tanto più aumenta la possibilità di realizzarlo. Spesso i sogni migliori nascono da un dolore, da una paura. Nascono per difenderci da qualcosa. Senza quell'infanzia non avrei mai realizzato neanche un terzo di tutto ciò che ho realizzato nella mia vita. Non avrei mai realizzato alcun sogno. E i Ricchi e Poveri non avrebbero mai cantato per me. Dovremmo ricordarci sempre, nella vita, che i nostri momenti più difficili nascondono sempre una grande opportunità. A volte, anche solo quella di sognare. E di realizzare i nostri sogni.lunedì 16 dicembre 2013
DA SOLI
Mi capita spesso, per lavoro, di pranzare da sola al bar e alle tavole calde. Non amo mangiare un panino in piedi al volo, lo faccio raramente e solo se strettamente necessario. Normalmente mi siedo e mi gusto un piatto caldo. Mi piace osservare le persone che, come me, siedono sole al tavolo a mangiare. Di solito sono più uomini che donne, ma indipendentemente dal sesso maschile o femminile, la sensazione è sempre la stessa, osservando queste persone e me stessa dall'esterno: una sensazione di profonda solitudine. Non so perché, ma osservando i volti di queste persone, con davanti il loro piattino di cibo, a prescindere dalla loro espressione felice o triste, percepisco un senso di solitudine estrema. Quella piccola porzione di tempo, quei trenta minuti che la persona si concede per nutrirsi, sono lo specchio di un'intera esistenza. In quei trenta minuti si è in mezzo alla folla, immersi in un via vai di persone prese dai propri pensieri e problemi, siamo tutti lì con lo stesso scopo, tutti insieme, eppure tutti soli. Ognuno solo con se stesso. Ognuno, in quei trenta minuti, si rende conto che, per quante persone abbia accanto a sé nella sua vita, per quanto possa condividere gioie e dolori con un numero piú o meno elevato di persone, arriva sempre quel momento in cui deve fare i conti, quelli veri, solo e soltanto con se stesso. Per quanto gli altri ci possano essere vicini, soli nasciamo e soli muoriamo. Quello che sentiamo, che proviamo, che sappiamo, il modo in cui lo sentiamo, lo proviamo e lo sappiamo, è solo e soltanto nostro. Gli altri ci possono ascoltare, capire, consolare, e possono gioire o rattristarsi con noi, ma non proveranno mai quello che proviamo noi in prima persona, neanche quando il dolore è comune. In quei trenta minuti davanti al piatto gli occhi fintamente impegnati ad osservare un po' di cibo sono in realtà smarriti in una consapevolezza di non poter contare davvero fino in fondo su nessuno se non su noi stessi. Trenta minuti in cui accanto a noi ci sono altre persone apparentemente nella nostra stessa situazione ma che in realtà hanno ognuna un mondo a sé. Un mondo fatto di tanti 'trenta minuti' in cui, qualunque sia la compagnia, siamo tutti intimamente e profondamente soli..
sabato 7 dicembre 2013
BABBO NATALE (non) ESISTE?
Ho sempre saputo che non esisteva, che erano i genitori e i parenti a delegare a una figura immaginaria le proprie responsabilità di fare felici i bambini a fine anno affidandosi ad una pietosa messinscena di cui si vergognavano loro per primi. Sono sempre stata una bambina precoce in tutto quello che riguardava la comprensione e l'intelletto, a differenza delle attività motorie in cui ero terribilmente in ritardo. Scrivevo e leggevo perfettamente già a quattro anni e nessuno poteva prendermi in giro. Non me lo potevo permettere. Non potevo permettermi di credere in qualcuno di cui non avevo mai sentito la voce, di fidarmi di qualcuno che non avevo mai visto. Sentivo di non potermi fidare fino in fondo neanche dei miei genitori, che conoscevo e vedevo ogni giorno. Figuriamoci di un Signor Babbo Natale qualunque. E comunque, a scanso di equivoci, nessuno aveva provato a farmi credere in questo vecchio signore dalla barba bianca, vestito di rosso. Provavo molta compassione per tutti i miei coetanei che credevano in questo tizio. 'Poverini', pensavo, 'li aspetta una grossa delusione. Quando scopriranno che non esiste sarà un trauma e capiranno quanto siano stupidi e quanto io sia intelligente.' Incredibile come la compassione verso gli altri negli anni si sia potuta tramutare in compassione verso me stessa, incredibile come quel senso di superiorità intellettiva si sia trasformato in senso di inferiorità emotiva. Incredibile come a un certo punto la bambina che non aveva mai creduto in niente si sia trasformata in una donna piena di rabbia, e ancor più incredibile come questa rabbia intossicante si sia infine trasformata in bulimica fame di vita, in forte voglia di rivalsa, in un sano desiderio incessante di sognare e di esaudire i propri sogni. Ho capito, negli anni, che Babbo Natale poteva esistere anche per me se solo ci avessi creduto, ho capito che avrebbe portato regali anche a me se solo li avessi chiesti e saputi aspettare. Bisogna credere nella magia affinché essa ci possa avvolgere, bisogna credere nei propri sogni affinché essi si avverino. Bisogna credere in Babbo Natale affinché arrivi e ci porti i regali. Ci vuole coraggio, per credere in ciò che sappiamo esistere solo nel nostro immaginario. Ci vuole coraggio per credere che il nostro immaginario sia l'anteprima della nostra realtà. Ci vuole un coraggio inaudito. Il coraggio di chi sogna e realizza i propri sogni, il coraggio di chi non si lascia scoraggiare dalla banale razionalità ed apparente evidenza, il coraggio di chi sa osare, di chi ci mette il cuore e di chi, quasi sempre, vince.
domenica 24 novembre 2013
UN BICCHIERE VUOTO
Ricorre oggi un anno dalla scomparsa del mio adorato coniglietto nano, Sanyu, che mi ha fatto compagnia per 13 anni. Ricordo come se fosse oggi l'immenso dolore e la sensazione di vuoto dei giorni a seguire. Un vuoto che non si è più colmato, nonostante la concreta pienezza della mia vita. Lo scorso Agosto avevo deciso di prendere un altro coniglietto. Siamo a fine Novembre, e ancora non l'ho preso. Le scuse, le giustificazioni, anche plausibili e fondate, sono molte. Per esempio, il fatto che viaggio spesso, che il weekend sono spesso fuori Roma, che durante la giornata non ci sono mai e che quindi il piccolino rimarrebbe troppo solo. Oppure il fatto che, da buon roditore, rosicchierebbe tutto quello che gli capita a tiro esattamente come fece da cucciolo Sanyu, e avendo io restaurato casa da poco e messo mobili, tappeti, tende e divani nuovi temo per la loro incolumità, o per quella del coniglio stesso nel caso mordesse i cavi elettrici di apparecchi elettronici di ogni tipo. La verità, però, è una sola. La giustificazione, o meglio l'alibi, ha un solo nome: PAURA. La paura della responsabilità a cui inevitabilmente si va incontro quando si ama e quando ci si deve prendere cura di qualcuno. La paura di aprire nuovamente il cuore a un esserino che prima o poi ti abbandonerà, la paura di un impegno quotidiano che richiede quella costanza che solo le grandi passioni e i grandi amori sono in grado di generare. La paura di non essere all'altezza del compito, la paura di non poter garantire il mio amore costantemente, ogni singolo momento della mia vita. In una parola, la paura di amare. Ricordo bene, come ho detto, il vuoto, la sensazione di abbandono, che ho provato il giorno che Sanyu è mancato. Ricordo anche bene però (e non voglio e non posso vigliaccamente negarlo) la sensazione di liberazione da un impegno e da una responsabilità che mi avevano accompagnata per 13 lunghi anni. Ricordo la meravigliosa sensazione di libertà, quella mia amata libertà, agognata e rincorsa tutta la vita, ottenuta a prezzi talvolta altissimi. In certi momenti, specialmente gli ultimi due anni, era faticoso accudire Sanyu. La presenza di quel povero esserino ormai molto anziano e malandato mi procurava più preoccupazioni e angosce che gioie. Mi guardo indietro, molto indietro, e scopro che, a ben guardare, è la stessa sensazione che ho avuto da bambina con i miei genitori. Fin da piccola, per la malattia che ha colpito mia madre quando avevo soli sette anni e che l'ha portata alla morte, e per la temporanea dipendenza dall'alcol di mio padre e tutti i suoi continui problemi di salute psicofisici che lo hanno accompagnato tutta la vita, ho sempre associato all'amore oneri, impegni, fatica, sofferenza, responsabilità, sacrifici e mancanza di libertà, mancanza di aria, senso di soffocamento, paura. Paura della perdita, paura dell'abbandono, paura della responsabilità, paura della sofferenza, paura di soccombere a qualcosa di più grande di me, paura della fatica emotiva, paura di non essere all'altezza di un compito troppo difficile. Paura e basta. E la paura altro non è che il sentimento opposto all'amore. La paura è il vuoto. E' un bicchiere vuoto che solo l'amore può riempire. Avere coraggio nient'altro vuol dire che avere cuore, quindi amore. L'unico vero antidoto contro la paura è l'amore. Solo sintonizzandoci sulla frequenza dell'amore possiamo uscire dalla frequenza della paura. I brividi di paura non sono altro che brividi di freddo al cuore, all'anima. Sanyu ha vissuto per 13 anni come un re. Il veterinario lo chiamava Highlander e mi ha sempre detto che, al di là di un innegabile DNA particolarmente fortunato, sicuramente il piccolo esserino aveva ricevuto molto amore, ed era evidente dal suo carattere, oltre che dal suo stato di salute. La vita che ho fatto in quei 13 anni non era poi tanto diversa da quella che faccio ora: sempre con la valigia in mano, sempre amante dei viaggi e in partenza per vacanze anche lunghe, sempre fuori dalla mattina alla sera, sempre super impegnata. Ma mai ho fatto mancare qualcosa a Sanyu, mai mi sono dimenticata di lui, mai sono stata incapace di prendermene cura, mai mi sono sentita non all'altezza di un simile compito. Né mai mi sono limitata nel godermi la vita e nel prendermi impegni di ogni tipo, lavorativi, sociali e personali. E' stato facile amarlo e prendermi cura di lui, tutto sommato. Adesso, voltandomi indietro, vedo solo fatica, impegno e responsabilità, ma quello che ho visto e provato per 13 anni era amore, quell'amore che in questo periodo della mia vita non riesco a ricordare e provare perché troppo spaventata da tutto. La paura tende a farci dimenticare la nostra capacità di amare. Il bicchiere vuoto genera una sete che possiamo placare solo amando. Spero di ritrovare presto il coraggio di riempire quel bicchiere, spero che il cuore abbia la meglio. Spero che la luce della mia Anima faccia scomparire il buio dell'Ego. E dicendo la parola 'spero', so che sto continuando a fare un errore. Devo solo decidere, non sperare. Dipende solo da me. A chi in questi mesi mi ha detto: 'Pensavo di regalarti un coniglietto ma poi non l'ho fatto perché non volevo costringerti', va il mio grazie. Sarebbe una sconfitta amare per imposizione, perché qualcuno ha scelto per me. Si ama perché si sceglie di amare, e la scelta è e dev'essere mia. Devo solo scegliere. Come sempre, come ognuno di noi in ogni istante della propria vita.
giovedì 21 novembre 2013
CARÒN DIMONIO
Certe volte mi chiedo che ruolo abbiamo nelle vite altrui, a prescindere dai ruoli 'apparenti' di amico, amante, partner, coniuge, collega, collaboratore e così via. Mi è capitato spesso di pensare che siamo 'traghettatori di anime', come Caronte. Penso che il nostro scopo sia quello di accompagnare qualcuno ad attraversare un fiume da una sponda all'altra, laddove il fiume rappresenta un percorso interiore di qualche tipo, forse difficile per quella persona, che ha bisogno del nostro aiuto, come noi abbiamo bisogno talvolta di quello altrui. Capita talvolta di 'sentire', nel profondo, che quel percorso, con quella persona, sia essa un amico o un partner, è finito, pur non essendo finiti i sentimenti reciproci. Capita di sentire intimamente che l'uno non può più aiutare l'altro nella rispettiva crescita, che il contributo reciproco è esaurito, oppure che il percorso deve essere modificato, e che solo apportando quelle essenziali modifiche il rapporto potrà continuare. Possono essere anche modifiche piccole, semplici e apparentemente insignificanti, grazie alle quali lo stesso rapporto è in grado di rinascere come se fosse un rapporto nuovo, perché di fatto lo è, a tutti gli effetti. È un percorso nuovo di zecca, mentre il percorso vecchio è finito e dobbiamo comunque dirgli addio. Un po' come quando siamo costretti a reimpostare il navigatore per improvvisi lavori in corso o per un incidente stradale che ostacola la strada che stiamo percorrendo. Se riuscissimo a non permettere al nostro Ego di intromettersi nel sentire della nostra Anima, tormentandoci con i suoi dubbi, i suoi perché, le sue disperazioni, le sue paure, il suo non accettare l'impermanenza dell'Universo, il suo trattenere, la sua incapacità di lasciar andare, capiremmo che ogni rapporto umano ha il suo percorso, il suo fiume da attraversare.. A volte il viaggio è breve, a volte è più lungo, a volte prevede alcune soste o qualche cambiamento di rotta, qualche passo indietro prima di farne altri avanti. E ha un suo inizio e una sua fine. Come tutti i viaggi. Se accettassimo di buon grado questo concetto, non ci rattristeremmo più per la fine di un'amicizia, di un amore, di un rapporto qualunque. Scomoda e fastidiosa per il nostro Ego, la figura di Caronte, ma nobile per la nostra Anima. Sta a noi scegliere se accettarla o meno, se farci pace o continuare a rifiutarla, se vederla in noi e negli altri, o negare la sua esistenza. A noi la scelta, come sempre, del resto.
mercoledì 13 novembre 2013
VITA TUA VITA MEA
mercoledì 6 novembre 2013
BUONANOTTE E SOGNI D'ORO
Ho sempre banalmente pensato (credo come molti di voi) che fare bei sogni, la notte, fosse preferibile al fare brutti sogni, argomento che ho già trattato su questo blog qualche mese fa. La qualità del sonno è indubbiamente migliore, come lo è il risveglio e la sensazione che ti rimane addosso per tutta la giornata. Non avevo però calcolato una variabile che rende il bel sogno nocivo per il nostro umore quanto quello brutto. La variabile è quella cosa con cui dobbiamo fare sempre, immancabilmente, i conti: la realtà. Tanto essa è capace di rassicurarci dopo un orrendo incubo, infatti, quanto è in grado di buttarci addosso un secchio di acqua gelida per toglierci ogni illusione. Giorni fa mi è capitato di fare un bellissimo sogno e il risveglio, seguito immediatamente dal prendere atto della realtà, è stato davvero doloroso, quasi traumatico. Il senso di delusione è tale, in questo caso, che non sai con chi prendertela: con te stesso per nutrire sciocche e infantili speranze? Con la notte che invece di portare consiglio ha portato solo inutili illusioni? Con il tuo inconscio che non smette mai di ripeterti quello che realmente desideri? Con la realtà, che non assomiglia neanche lontanamente al sogno? Non c'è capro espiatorio che tenga. Non potendo prendertela con niente e nessuno, ti tieni la delusione e ci convivi per il resto della giornata. Con un piccolo problema. La realtà ti sembra ancora più brutta e dolorosa di quel che è. E cattiva, anche. Spietata. Perché sai che potrebbe essere diversa. Lo sai perché l'hai sognato. E tutto quel che sogniamo, per il nostro cervello, è realtà, a tutti gli effetti. Il cervello, si dice, non distingue un'esperienza vividamente immaginata (e dunque anche sognata) da una realmente vissuta. A livello neurologico pare sia così. Quindi, se la tua realtà notturna è stata meravigliosa, sarà molto difficile accettare quella diurna, così lontana da ciò che potrebbe essere e a cui neanche vagamente somiglia. Ce l'avrai con lei, con quella maledetta realtà diurna, tutto il giorno, tutta la sera, fino al momento in cui ti addormenti di nuovo, sperando che finalmente tutto torni ad essere come deve essere, ovvero come tu vuoi che sia.
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