giovedì 21 novembre 2013

CARÒN DIMONIO

Certe volte mi chiedo che ruolo abbiamo nelle vite altrui, a prescindere dai ruoli 'apparenti' di amico, amante, partner, coniuge, collega, collaboratore e così via. Mi è capitato spesso di pensare che siamo 'traghettatori di anime', come Caronte. Penso che il nostro scopo sia quello di accompagnare qualcuno ad attraversare un fiume da una sponda all'altra, laddove il fiume rappresenta un percorso interiore di qualche tipo, forse difficile per quella persona, che ha bisogno del nostro aiuto, come noi abbiamo bisogno talvolta di quello altrui. Capita talvolta di 'sentire', nel profondo, che quel percorso, con quella persona, sia essa un amico o un partner, è finito, pur non essendo finiti i sentimenti reciproci. Capita di sentire intimamente che l'uno non può più aiutare l'altro nella rispettiva crescita, che il contributo reciproco è esaurito, oppure che il percorso deve essere modificato, e che solo apportando quelle essenziali modifiche il rapporto potrà continuare. Possono essere anche modifiche piccole, semplici e apparentemente insignificanti, grazie alle quali lo stesso rapporto è in grado di rinascere come se fosse un rapporto nuovo, perché di fatto lo è, a tutti gli effetti. È un percorso nuovo di zecca, mentre il percorso vecchio è finito e dobbiamo comunque dirgli addio. Un po' come quando siamo costretti a reimpostare il navigatore per improvvisi lavori in corso o per un incidente stradale che ostacola la strada che stiamo percorrendo. Se riuscissimo a non permettere al nostro Ego di intromettersi nel sentire della nostra Anima, tormentandoci con i suoi dubbi, i suoi perché, le sue disperazioni, le sue paure, il suo non accettare l'impermanenza dell'Universo, il suo trattenere, la sua incapacità di lasciar andare, capiremmo che ogni rapporto umano ha il suo percorso, il suo fiume da attraversare.. A volte il viaggio è breve, a volte è più lungo, a volte prevede alcune soste o qualche cambiamento di rotta, qualche passo indietro prima di farne altri avanti. E ha un suo inizio e una sua fine. Come tutti i viaggi. Se accettassimo di buon grado questo concetto, non ci rattristeremmo più per la fine di un'amicizia, di un amore, di un rapporto qualunque. Scomoda e fastidiosa per il nostro Ego, la figura di Caronte, ma nobile per la nostra Anima. Sta a noi scegliere se accettarla o meno, se farci pace o continuare a rifiutarla, se vederla in noi e negli altri, o negare la sua esistenza. A noi la scelta, come sempre, del resto.

mercoledì 13 novembre 2013

VITA TUA VITA MEA

Quando abbiamo un avversario, un rivale, un antagonista in qualsivoglia ambito della nostra vita (il post me lo ha ispirato un dibattito politico di qualche giorno fa, ma l'argomento può riguardare qualunque settore anche non lavorativo), il nostro primo istinto è quello di distruggerlo. Non potendolo eliminare fisicamente (sono da sempre convinta che se l'omicidio fosse legale oppure se avessimo l'assoluta certezza di non essere mai scoperti la popolazione si dimezzerebbe in un attimo) tentiamo di distruggerlo nella nostra mente. Ne cogliamo abilmente i difetti (fisici, caratteriali, professionali che siano), li analizziamo uno ad uno, li ingigantiamo se possibile, cerchiamo di focalizzarci solo e soltanto su quelli, riuscendo talvolta persino a giungere alla conclusione illusoria che questa persona non possa competere con noi perché inferiore. Purtroppo, però, alla prima occasione, il rivale che abbiamo così abilmente ucciso nella nostra fantasia risorgerà come l'araba fenice e ci mostrerà ancora una volta la sua abilità competitiva. A quel punto ci chiediamo cosa c'è che non va in noi, perché non riusciamo ad avere la meglio, dove abbiamo sbagliato, e dove continuiamo evidentemente a sbagliare. Semplice. L'errore sta proprio nel tentativo di distruggere l'avversario. Un errore madornale. A parte il fatto che credo fortemente in un pensiero sistemico dove il concetto 'mors tua, vita mea'  è altamente disfunzionale per il raggiungimento di obiettivi e nuoce anche e in primis a noi stessi, ritengo poi che la prima cosa che dovremmo fare è riconoscere le abilità di questo presunto avversario, le qualità, i meriti, l'astuzia, e soprattutto, una cosa su tutte: il carisma. Perché se una persona ha molto successo, se ne ha più di noi, e magari non ha più qualità o meriti di noi, vuol dire che ha carisma. Forse noi non riusciamo a vederlo, forse su di noi non ha effetto, forse lo sottovalutiamo, o molto più probabilmente non lo vogliamo vedere. Riconoscere e accettare il carisma di quelli che detestiamo, che temiamo, che invidiamo, che hanno più successo di noi, o con i quali siamo comunque in competizione, è il primo fondamentale passo per sconfiggere il loro potere, che comunque, tengo a ripeterlo, secondo me non ostacola in alcun modo il nostro. Riconoscere e accettare il loro carisma vuol dire individuare la chiave del loro successo, il loro biglietto da visita. Tentare di sfondare le porte a spallate cercando di distruggere chi è già entrato è faticoso e molto spesso inutile, meglio trovare le chiavi con cui altri sono riusciti ad aprirle e cercare di farne una copia per noi. Oppure, meglio ancora,e lì sta la differenza tra la persona carismatica e chi tenta solo di emularla, riuscire a cambiare la serratura e trovare una chiave tutta nostra che nessun altro potrà mai avere. Tornando per un attimo col pensiero alla politica italiana, che se non altro, nella sua totale inutilità, ha avuto il merito di darmi un'idea per questo blog, dubito fortemente che sia un ambiente in cui questo mio pensiero sarebbe compreso e gradito. Me ne farò una ragione. D'altra parte, neanche io comprendo e gradisco la politica italiana.

mercoledì 6 novembre 2013

BUONANOTTE E SOGNI D'ORO

Ho sempre banalmente pensato (credo come molti di voi) che fare bei sogni, la notte, fosse preferibile al fare brutti sogni, argomento che ho già trattato su questo blog qualche mese fa. La qualità del sonno è indubbiamente migliore, come lo è il risveglio e la sensazione che ti rimane addosso per tutta la giornata. Non avevo però calcolato una variabile che rende il bel sogno nocivo per il nostro umore quanto quello brutto. La variabile è quella cosa con cui dobbiamo fare sempre, immancabilmente, i conti: la realtà. Tanto essa è capace di rassicurarci dopo un orrendo incubo, infatti, quanto è in grado di buttarci addosso un secchio di acqua gelida per toglierci ogni illusione. Giorni fa mi è capitato di fare un bellissimo sogno e il risveglio, seguito immediatamente dal prendere atto della realtà, è stato davvero doloroso, quasi traumatico. Il senso di delusione è tale, in questo caso, che non sai con chi prendertela: con te stesso per nutrire sciocche e infantili speranze? Con la notte che invece di portare consiglio ha portato solo inutili illusioni? Con il tuo inconscio che non smette mai di ripeterti quello che realmente desideri? Con la realtà, che non assomiglia neanche lontanamente al sogno? Non c'è capro espiatorio che tenga. Non potendo prendertela con niente e nessuno, ti tieni la delusione e ci convivi per il resto della giornata. Con un piccolo problema. La realtà ti sembra ancora più brutta e dolorosa di quel che è.  E cattiva, anche. Spietata. Perché sai che potrebbe essere diversa. Lo sai perché l'hai sognato. E tutto quel che sogniamo, per il nostro cervello, è realtà, a tutti gli effetti.  Il cervello, si dice, non distingue un'esperienza vividamente immaginata (e dunque anche sognata) da una realmente vissuta. A livello neurologico pare sia così. Quindi, se la tua realtà notturna è stata meravigliosa, sarà molto difficile accettare quella diurna, così lontana da ciò che potrebbe essere e a cui neanche vagamente somiglia. Ce l'avrai con lei, con quella maledetta realtà diurna, tutto il giorno, tutta la sera, fino al momento in cui ti addormenti di nuovo, sperando che finalmente tutto torni ad essere come deve essere, ovvero come tu vuoi che sia.

CUORE, RESISTI!

Sono da sempre contraria all'avviso di chiamata nei cellulari. Lo ritengo indice di maleducazione, di poca sensibilità, di incapacità di entrare in empatia con le persone. Trovo intollerabile che, mentre stai parlando con qualcuno, questo qualcuno improvvisamente dica: 'oddio, scusa, mi sta chiamando Tal dei Tali' (quasi mai trattasi del Padreterno o di illustre personaggio impossibile da reperire) e ti agganci il telefono in faccia dicendo che ti richiamerà appena possibile. Esiste il diritto di precedenza, nella vita, e soprattutto esiste la buona educazione. Ti ho chiamato prima io, stai parlando con me, finisci la conversazione con me e poi chiami questa persona che, a meno che non sia affetta da gravi patologie, non si toglierà la vita per aver trovato la linea occupata. Qualcuno a cui ho fatto notare questa cosa, mi ha risposto che l'avviso di chiamata è necessario per poter stare in conversazione telefonica molto tempo senza paura di perdere una chiamata importante. Qui ammetto di avere un problema di comprensione: non riesco proprio a capire come si possa sprecare gran parte della propria vita al telefono. Ventiquattro ore (anzi sedici, tolte le canoniche otto ore di sonno) mi sembrano già molto poche per fare tutto quello che voglio fare in una giornata, non riuscirei mai a concepire di impiegare alcune ore in chiacchiere telefoniche. Preferisco la sintesi dei messaggi scritti  o qualche chiacchiera a tu per tu davanti a un bicchiere di vino. Questo, però, è un problema tutto mio. Credo che il problema vero sia a monte, e riguardi la società odierna. Credo si tratti di mancanza di pazienza. Non sappiamo più cosa sia, la pazienza. Non sappiamo più aspettare. Un tempo aspettavamo la telefonata a casa, e se chiamavamo qualcuno e trovavamo la linea occupata, anche per ore, continuavamo imperterriti a chiamare finché non si liberava. Eravamo pazienti. Pazienti e tenaci. Adesso non riusciamo più ad aspettare, e non vogliamo essere aspettati. Recentemente ho appreso che in Cina per dire la parola 'pazienza' usano un'espressione che significa 'cuore resistente'. Ecco, credo che sia proprio questo il punto. Non abbiamo più il cuore, quindi il coraggio, di attendere e di farci attendere. Abbiamo solo paura. Paura di non trovare e di non farci trovare. Paura di fare un secondo o un terzo tentativo, e paura che nessuno voglia farlo con noi. Paura degli ostacoli momentanei, paura di essere fregati dal tempo. Il cuore è un muscolo, e come tale va allenato; solo così avrà più resistenza. Anche la pazienza va allenata. Peccato che non abbiamo più pazienza per farlo.

mercoledì 30 ottobre 2013

IL GIUSTO PREZZO

Mi capita da sempre e, devo dire, sempre più frequentemente, di sentire lamentele riguardo modi discutibili e 'poco ortodossi' utilizzati da alcune persone per ottenere risultati sul lavoro. L'argomento è noto a tutti: raccomandazioni di vario tipo, donne che si accoppiano a uomini di potere che le aiutano a far carriera, ruffiani e ruffiane che si fanno strada a suon slinguazzate a deretani vari, persone che sui social network si dichiarano grandi amiche di coloro dei quali poi dicono peste e corna appena fuori dalla vita virtuale, regali 'giusti' fatti a persone 'giuste', piccoli ricatti più o meno espliciti... Insomma, espedienti a cui, da che mondo è mondo, molte persone a volte prive di talento (ma non necessariamente) ricorrono per fare carriera. Premetto: capisco perfettamente l'indignazione. Capisco perfettamente la frustrazione, la rabbia, il dispiacere e il senso di ingiustizia di chi si lamenta. Capisco davvero molto bene. Posso solo dire come io personalmente l'ho superata, sperando che qualcun altro abbia la mia fortuna. Negli anni ho capito che per raggiungere un obiettivo, un risultato, e quindi anche per fare carriera, è necessario essere disposti a rinunciare a qualcosa. A volte solo in parte e temporaneamente, a volte totalmente e per sempre. C'è chi rinuncia a piccole cose, a un hobby, a una vacanza, al tempo libero, al sonno. C'è qualcuno che rinuncia ad avere figli, o a una vita sentimentale. C'è anche, poi, chi rinuncia a cose per me irrinunciabili: rinuncia al rispetto di se stesso e del prossimo, alla lealtà, all'onestà, ai propri valori e soprattutto alla propria dignità. Credo che questa sia la rinuncia più grande che un essere umano possa fare e che il prezzo da pagare in questo caso sia il più alto in assoluto. La domanda che mi sono posta, circa un anno fa, in un momento che ricorderò sempre come di grande liberazione, è stata la seguente: 'A cosa sono disposta a rinunciare io per raggiungere un obiettivo di qualunque genere e in qualunque ambito della mia vita?' A tante cose, a seconda dell'obiettivo in questione (che esige anche rinunce di diverso genere) ma MAI, in nessun caso, al rispetto, alla lealtà, all'onestà, ai miei valori e alla mia dignità. È un prezzo per me troppo alto da pagare, e non ho obiettivi per cui valga la pena farlo. La seconda domanda che mi sono chiesta è la seguente: 'Ha senso arrabbiarmi se qualcuno, invece, è disposto a pagare questo prezzo?'. No. Non ha senso alcuno. Sarebbe come vedere un oggetto molto bello ma molto caro in vetrina, potermelo pemettere, ma ritenere che sia troppo caro, che non valga quei soldi, e quindi non comprarlo, arrabbiandomi poi però se qualcuno lo compra al posto mio. La dignità la abbiamo tutti, e siamo liberi di perderla in qualsiasi momento per qualsiasi obiettivo da raggiungere. C'è chi pensa che valga la pena farlo. Io no, ma non ha senso arrabbiarmi se queste persone vogliono vivere una vita che, dal mio punto di vista, è un inferno, una vita a cui preferirei la morte. Forse per loro è il paradiso, o forse sono semplicemente disposti a vivere nell'inferno. La cosa non mi riguarda. Neanche se in cambio hanno quello che vorrei avere io. Hanno pagato un prezzo che io non sono disposta a pagare. E chi ha permesso loro di farlo, chi ha comprato la loro dignità, è sicuramente qualcuno da cui io non comprerei mai la realizzazione di un mio sogno, e non solo per il prezzo troppo alto che chiede, ma soprattutto perché non sarebbe  in grado di darmi davvero ciò che voglio. Ecco perché capisco il senso di ingiustizia ma, per fortuna, non lo condivido più. Sono libera, come lo siamo tutti, di scegliere il giusto prezzo per i miei sogni. E la scelta altrui non mi riguarda più. Anche questa è libertà.

lunedì 21 ottobre 2013

INIZIO DALLA FINE

Ci si chiede spesso quale sia lo scopo della nostra vita e se ce ne sia uno: personalmente, credo che un buon modo di capirlo, di capire che tipo di persone vogliamo essere, che genere di vita vogliamo vivere, quali risultati e obiettivi vogliamo raggiungere, sia immaginare il nostro funerale. E' un esercizio che ho fatto spesso. Ho più volte immaginato il mio funerale con amici, conoscenti e parenti, sia reali che immaginari, che parlassero di me. Tra di loro o in pubblico, prima, durante e dopo le esequie. Lo ritengo un esercizio utilissimo e vi invito a farlo almeno una volta. Non cambierà il vostro destino, non porterà sfortuna, fatelo divertendovi o commuovendovi, come quando da bambini giocavate con l'amico immaginario, che sapevate non essere reale ma che in quei momenti lo era. Quando immagino il mio funerale, penso a cosa vorrei che le persone presenti dicessero di me, quali parole, quali aggettivi vorrei che usassero nei miei confronti, per descrivermi, per descrivere le mie azioni. Non quello che immagino che direbbero, attenzione! Quello che vorrei che dicessero. Vorrei che dicessero di me che, anche se in piccola parte, anche se solo con un sorriso, ho apportato un istante di felicità alle loro vite, che le ho migliorate anche solo per un secondo, che ho sempre cercato di soddisfare i mie bisogni di crescita e contributo senza mai stancarmi, arrendermi o risparmiarmi.
Vorrei che dicessero di me che ho saputo godermi la vita cercando di realizzare i miei sogni e quelli altrui. Vorrei che dicessero che sentiranno la mia mancanza ma che sanno che io, da lassù, voglio che siano felici anche senza di me, perché sono sempre stata contro ogni tipo di dipendenza. Vorrei che dicessero che qualcosa da me, anche dai miei difetti e dai miei errori, hanno imparato. Vorrei che dicessero che, anche se non ci sono più, ho lasciato un piccolo ricordo, ma indelebile. Vorrei essere ricordata per il mio amore per i viaggi, per il sole, per il mare e per i ristoranti, ma anche per le difficoltà superate, per i momenti bui che sembravano avermi momentaneamente buttata a terra e che invece mi hanno fortificata. Vorrei che mi ricordassero sorridente, davanti a un piatto prelibato e a un bicchiere di vino.  Partire dalla fine, a volte, è centrare il bersaglio subito per poi tornare indietro, allontanarsene, prendere la mira e centrarlo di nuovo, con il vantaggio di sapere già la direzione, la traiettoria precisa, il dove, il quando, il come e soprattutto il perché.

martedì 15 ottobre 2013

VA TUTTO BENE (MA ANCHE NO)

Noto spesso un grande fraintendimento da parte di molte persone sul cosiddetto 'pensiero positivo'. Noto una forte tendenza da parte di queste persone a riempirsi la bocca con la frase fatta 'dai, su, pensa positivo!' È irritante esporre un tuo problema, una situazione difficile da risolvere, un tuo stato d'animo non particolarmente bello, e sentirti rispondere così. È irritante perché di base questo non è ottimismo, è negazionismo. Il vero ottimismo non è negare il problema, far finta che non esista e dirsi che tutto va bene. Il vero ottimismo, il vero pensiero positivo, è prendere atto della realtà, per quando sgradevole e difficile, e chiedersi quale insegnamento si possa trarre da essa, e come si possano risolvere certe situazioni complicate. Cercare di trarre vantaggio dai momenti brutti, difficili, faticosi, è il più grande regalo che possiamo fare a noi stessi. Essere opportunisti con la vita quando la vita è opportunista con noi. Sfruttare lei quando sembra sia lei a sfruttare noi. Utilizzare ogni difficoltà per crescere e diventare ancora più speciali. Negare che ciò che stiamo attraversando sia doloroso non porta da nessuna parte se non a mentire spudoratamente a noi stessi. E il cervello lo sa, quando mentiamo a noi stessi. Non lo si può ingannare, il cervello. Mentire a se stessi è molto pericoloso, perché ci rende persone false e inaffidabili ai nostri occhi. Dobbiamo riconoscere il dolore, la difficoltà, le problematiche oggettive della nostra realtà, sentirle emotivamente, accettarle, e sfruttarle a nostro favore, trarne ogni vantaggio possibile, dopodiché cercare di capire come risolverle. Questo è ottimismo. Coloro che ripetono incessantemente 'pensa positivo' pensando che questa frase risolva ogni problema come per magia senza capire come, senza fare alcunché per elaborare la situazione, non sono ottimisti, sono solo coglioni.

mercoledì 9 ottobre 2013

CHI SI ACCONTENTA GODE... COSÌ COSÌ

Non riesco a stimare fino in fondo una persona che non sia ambiziosa. Noto da sempre che molte persone danno un significato negativo alla parola 'ambizione', dimenticando o ignorando la sua etimologia. Ambire (mi sono documentata, lo ignoravo anche io) deriva dal latino, ed è composto da 'ambi', che significa 'in varie direzioni, in giro,di qua e di là' e 'ire', che significa 'andare'. Ambire a qualcosa e darsi da fare per ottenerla, dal mio punto di vista,è positivo. Ovviamente, è il 'come' che fa la differenza. È il passare sopra i cadaveri, è il fregare gli altri, è essere accecati dalla brama perdendo di vista i propri valori e andando spesso contro di essi,  che dà un significato negativo alla parola 'ambizione'. Ma di per sé la parola è neutra, esprime un forte desiderio e una forte volontà di realizzarlo. Voler migliorare la propria vita, in qualunque ambito -lavorativo, economico, sociale, privato, sentimentale- è segno di intelligenza, di carattere, di personalità, è un omaggio alla vita stessa. Accontentarsi non è buona cosa, dal mio punto di vista, non è saggio. Saggio, per me, è essere grati di ciò che si ha, creare amore nella realtà circostante, quella in cui ci troviamo, che momentaneamente abbiamo, vederne il bello, per far sì che questa sia un'ottima base per realizzare i nostri sogni, i nostri desideri, per far sì che la nostra realtà sia davvero come noi la vogliamo. Ma non dobbiamo smettere di ambire a qualcosa di più, a qualcosa di meglio. Accontentarsi è spesso rassegnarsi, non aver fiducia in noi stessi, negli altri, nell'universo. 'Chi si accontenta gode così così' diceva qualcuno. Meglio toglierlo, quel 'così così'. Meglio pensare che se già stiamo godendo di qualcosa, possiamo sempre provare a godere anche di qualcos'altro, a godere di più.

lunedì 30 settembre 2013

EVOLUZIONI

Credo che in qualunque relazione, di qualunque natura essa sia -amicizia, amore, parentela o altro- sia nostro preciso dovere aiutare a crescere l'altra persona, per quanto ci è concesso e per quanto possiamo essere in grado di farlo. Credo che sia nostro preciso dovere non assecondare i comportamenti patologici, nevrotici, autolesionisti e improduttivi di coloro ai quali vogliamo bene, ma anzi, far loro notare quanto questi comportamenti possano nuocere alla loro vita, aiutandoli così a crescere e a gestire meglio le loro risorse. Non mi sono mai piaciute le pacche sulle spalle o i 'come ti capisco', quando sono fini a se stessi e non sono seguiti da un cercare di elaborare il problema insieme, di dare un consiglio sulla base della propria esperienza, di capire insieme il modo in cui migliorare o cambiare uno stile di vita, un atteggiamento, un pensiero che finora non ha portato risultati positivi. Non credo fino in fondo nel dover accettare qualcuno così com'è. O meglio, credo nell'accettare la persona, ma non il suo comportamento. La persona la accetti, la comprendi, la perdoni, ci entri in empatia, perché ogni persona ha una storia alle spalle, ogni persona ha un vissuto grazie al quale è quello che è e fa quel che fa, e non è tuo compito giudicarla. Ma il comportamento, quando è palesemente nocivo, va fatto notare, sia che nuoccia a noi, sia che nuoccia alla persona a cui appartiene. Purtroppo, però, non tutte le persone vogliono crescere. Non a tutti piace il confronto costruttivo. Molti determinano la qualità della loro relazione proprio in base alla volontà e capacità dell'altro di assecondarli, negandosi la grande opportunità di crescere, evolversi, migliorare la propria vita, e non capendo che l'unico modo che l'altra persona ha di volerti bene è quello di interrompere certi schemi di comportamento patologici che vede in te, a costo di interrompere ogni rapporto. E così le amicizie e gli amori finiscono, le persone si allontanano, talvolta gradualmente, talvolta con brusche rotture, perché non hanno più niente da dirsi. Perché il linguaggio non è più lo stesso, perché uno dei due parla il linguaggio della crescita, dell'evoluzione, del cambiamento, mentre l'altro si fa sordo e si immerge un soliloquio involutivo e statico. E spesso, colui che si è fatto sordo, adduce la fine della relazione alla incapacità dell'altro di capirlo, non rendendosi conto che l'altro ha fatto il possibile per farsi capire lui per primo, trovando un muro. È impossibile fare un percorso mano nella mano con chi non ha voglia di camminare e si ferma continuamente lamentandosi e pretendendo di essere capito da te perché il percorso non è facile, perché è faticoso, non rendendosi minimamente conto di quanto sia difficile per te in primis, quel percorso. Ma tu hai voglia di andare avanti, perché sai che più vai avanti e meno faticoso è, mentre l'altro, l'incompreso, vuole solo star fermo, evitare qualunque fatica, ignorando che rimanere fermi è la fatica più grande che un essere umano possa fare, dato che tutto cresce, in natura, e niente resta fermo. E andare contro natura è sempre molto faticoso e costa anche molto caro.


mercoledì 18 settembre 2013

DEL MIO MEGLIO

Mi è capitato spesso, in varie situazioni e vari contesti, di avere la sensazione di non aver fatto 'tutto il possibile', di non aver fatto ciò che andava fatto, di non aver fatto 'del mio meglio'. Credo che per sentirci sempre in pace con noi stessi, con gli altri e con l'Universo, il segreto sia appunto questo: cercare di far sempre del nostro meglio. Credo sia un nostro dovere per omaggiare noi stessi, il nostro potenziale e la nostra vita. Ma per far questo è importante innanzi tutto capire che il nostro meglio non è mai lo stesso, cambia di volta in volta. Cambia se siamo stanchi o riposati, tristi o allegri, in salute o in malattia. Cambia, insomma, a seconda delle circostanze.  Dobbiamo capire che, a volte, in una scala da uno a dieci, il nostro meglio è dieci, e altre è uno. Quando è dieci, non dobbiamo permettere a noi stessi di adagiarci e di fare nove. Quando, invece, il nostro meglio è uno, non dobbiamo permettere a noi stessi di fare eccessivi sforzi e pretendere di fare due. Se non ci adagiamo mai su comodi alibi e scuse e se non pretendiamo l'impossibile da noi stessi, allora ci sentiremo sempre a posto. Se quando siamo dei maratoneti in perfetta forma corriamo dritti alla meta con tutta la nostra energia senza risparmiarci, e se quando siamo maratoneti con una gamba dolente ci sforziamo di fare con impegno, energia e fiducia i pochi passi che l'infortunio ci consente, allora avremo fatto del nostro meglio. Dare sempre il massimo e capire che il massimo di oggi può essere il minimo di ieri o di domani, non crucciandosene mai. Questo, a mio avviso, è il segreto per stare a posto con la coscienza, e per vivere una vita di qualità sfruttando al meglio le nostre risorse.