mercoledì 6 novembre 2013

CUORE, RESISTI!

Sono da sempre contraria all'avviso di chiamata nei cellulari. Lo ritengo indice di maleducazione, di poca sensibilità, di incapacità di entrare in empatia con le persone. Trovo intollerabile che, mentre stai parlando con qualcuno, questo qualcuno improvvisamente dica: 'oddio, scusa, mi sta chiamando Tal dei Tali' (quasi mai trattasi del Padreterno o di illustre personaggio impossibile da reperire) e ti agganci il telefono in faccia dicendo che ti richiamerà appena possibile. Esiste il diritto di precedenza, nella vita, e soprattutto esiste la buona educazione. Ti ho chiamato prima io, stai parlando con me, finisci la conversazione con me e poi chiami questa persona che, a meno che non sia affetta da gravi patologie, non si toglierà la vita per aver trovato la linea occupata. Qualcuno a cui ho fatto notare questa cosa, mi ha risposto che l'avviso di chiamata è necessario per poter stare in conversazione telefonica molto tempo senza paura di perdere una chiamata importante. Qui ammetto di avere un problema di comprensione: non riesco proprio a capire come si possa sprecare gran parte della propria vita al telefono. Ventiquattro ore (anzi sedici, tolte le canoniche otto ore di sonno) mi sembrano già molto poche per fare tutto quello che voglio fare in una giornata, non riuscirei mai a concepire di impiegare alcune ore in chiacchiere telefoniche. Preferisco la sintesi dei messaggi scritti  o qualche chiacchiera a tu per tu davanti a un bicchiere di vino. Questo, però, è un problema tutto mio. Credo che il problema vero sia a monte, e riguardi la società odierna. Credo si tratti di mancanza di pazienza. Non sappiamo più cosa sia, la pazienza. Non sappiamo più aspettare. Un tempo aspettavamo la telefonata a casa, e se chiamavamo qualcuno e trovavamo la linea occupata, anche per ore, continuavamo imperterriti a chiamare finché non si liberava. Eravamo pazienti. Pazienti e tenaci. Adesso non riusciamo più ad aspettare, e non vogliamo essere aspettati. Recentemente ho appreso che in Cina per dire la parola 'pazienza' usano un'espressione che significa 'cuore resistente'. Ecco, credo che sia proprio questo il punto. Non abbiamo più il cuore, quindi il coraggio, di attendere e di farci attendere. Abbiamo solo paura. Paura di non trovare e di non farci trovare. Paura di fare un secondo o un terzo tentativo, e paura che nessuno voglia farlo con noi. Paura degli ostacoli momentanei, paura di essere fregati dal tempo. Il cuore è un muscolo, e come tale va allenato; solo così avrà più resistenza. Anche la pazienza va allenata. Peccato che non abbiamo più pazienza per farlo.

mercoledì 30 ottobre 2013

IL GIUSTO PREZZO

Mi capita da sempre e, devo dire, sempre più frequentemente, di sentire lamentele riguardo modi discutibili e 'poco ortodossi' utilizzati da alcune persone per ottenere risultati sul lavoro. L'argomento è noto a tutti: raccomandazioni di vario tipo, donne che si accoppiano a uomini di potere che le aiutano a far carriera, ruffiani e ruffiane che si fanno strada a suon slinguazzate a deretani vari, persone che sui social network si dichiarano grandi amiche di coloro dei quali poi dicono peste e corna appena fuori dalla vita virtuale, regali 'giusti' fatti a persone 'giuste', piccoli ricatti più o meno espliciti... Insomma, espedienti a cui, da che mondo è mondo, molte persone a volte prive di talento (ma non necessariamente) ricorrono per fare carriera. Premetto: capisco perfettamente l'indignazione. Capisco perfettamente la frustrazione, la rabbia, il dispiacere e il senso di ingiustizia di chi si lamenta. Capisco davvero molto bene. Posso solo dire come io personalmente l'ho superata, sperando che qualcun altro abbia la mia fortuna. Negli anni ho capito che per raggiungere un obiettivo, un risultato, e quindi anche per fare carriera, è necessario essere disposti a rinunciare a qualcosa. A volte solo in parte e temporaneamente, a volte totalmente e per sempre. C'è chi rinuncia a piccole cose, a un hobby, a una vacanza, al tempo libero, al sonno. C'è qualcuno che rinuncia ad avere figli, o a una vita sentimentale. C'è anche, poi, chi rinuncia a cose per me irrinunciabili: rinuncia al rispetto di se stesso e del prossimo, alla lealtà, all'onestà, ai propri valori e soprattutto alla propria dignità. Credo che questa sia la rinuncia più grande che un essere umano possa fare e che il prezzo da pagare in questo caso sia il più alto in assoluto. La domanda che mi sono posta, circa un anno fa, in un momento che ricorderò sempre come di grande liberazione, è stata la seguente: 'A cosa sono disposta a rinunciare io per raggiungere un obiettivo di qualunque genere e in qualunque ambito della mia vita?' A tante cose, a seconda dell'obiettivo in questione (che esige anche rinunce di diverso genere) ma MAI, in nessun caso, al rispetto, alla lealtà, all'onestà, ai miei valori e alla mia dignità. È un prezzo per me troppo alto da pagare, e non ho obiettivi per cui valga la pena farlo. La seconda domanda che mi sono chiesta è la seguente: 'Ha senso arrabbiarmi se qualcuno, invece, è disposto a pagare questo prezzo?'. No. Non ha senso alcuno. Sarebbe come vedere un oggetto molto bello ma molto caro in vetrina, potermelo pemettere, ma ritenere che sia troppo caro, che non valga quei soldi, e quindi non comprarlo, arrabbiandomi poi però se qualcuno lo compra al posto mio. La dignità la abbiamo tutti, e siamo liberi di perderla in qualsiasi momento per qualsiasi obiettivo da raggiungere. C'è chi pensa che valga la pena farlo. Io no, ma non ha senso arrabbiarmi se queste persone vogliono vivere una vita che, dal mio punto di vista, è un inferno, una vita a cui preferirei la morte. Forse per loro è il paradiso, o forse sono semplicemente disposti a vivere nell'inferno. La cosa non mi riguarda. Neanche se in cambio hanno quello che vorrei avere io. Hanno pagato un prezzo che io non sono disposta a pagare. E chi ha permesso loro di farlo, chi ha comprato la loro dignità, è sicuramente qualcuno da cui io non comprerei mai la realizzazione di un mio sogno, e non solo per il prezzo troppo alto che chiede, ma soprattutto perché non sarebbe  in grado di darmi davvero ciò che voglio. Ecco perché capisco il senso di ingiustizia ma, per fortuna, non lo condivido più. Sono libera, come lo siamo tutti, di scegliere il giusto prezzo per i miei sogni. E la scelta altrui non mi riguarda più. Anche questa è libertà.

lunedì 21 ottobre 2013

INIZIO DALLA FINE

Ci si chiede spesso quale sia lo scopo della nostra vita e se ce ne sia uno: personalmente, credo che un buon modo di capirlo, di capire che tipo di persone vogliamo essere, che genere di vita vogliamo vivere, quali risultati e obiettivi vogliamo raggiungere, sia immaginare il nostro funerale. E' un esercizio che ho fatto spesso. Ho più volte immaginato il mio funerale con amici, conoscenti e parenti, sia reali che immaginari, che parlassero di me. Tra di loro o in pubblico, prima, durante e dopo le esequie. Lo ritengo un esercizio utilissimo e vi invito a farlo almeno una volta. Non cambierà il vostro destino, non porterà sfortuna, fatelo divertendovi o commuovendovi, come quando da bambini giocavate con l'amico immaginario, che sapevate non essere reale ma che in quei momenti lo era. Quando immagino il mio funerale, penso a cosa vorrei che le persone presenti dicessero di me, quali parole, quali aggettivi vorrei che usassero nei miei confronti, per descrivermi, per descrivere le mie azioni. Non quello che immagino che direbbero, attenzione! Quello che vorrei che dicessero. Vorrei che dicessero di me che, anche se in piccola parte, anche se solo con un sorriso, ho apportato un istante di felicità alle loro vite, che le ho migliorate anche solo per un secondo, che ho sempre cercato di soddisfare i mie bisogni di crescita e contributo senza mai stancarmi, arrendermi o risparmiarmi.
Vorrei che dicessero di me che ho saputo godermi la vita cercando di realizzare i miei sogni e quelli altrui. Vorrei che dicessero che sentiranno la mia mancanza ma che sanno che io, da lassù, voglio che siano felici anche senza di me, perché sono sempre stata contro ogni tipo di dipendenza. Vorrei che dicessero che qualcosa da me, anche dai miei difetti e dai miei errori, hanno imparato. Vorrei che dicessero che, anche se non ci sono più, ho lasciato un piccolo ricordo, ma indelebile. Vorrei essere ricordata per il mio amore per i viaggi, per il sole, per il mare e per i ristoranti, ma anche per le difficoltà superate, per i momenti bui che sembravano avermi momentaneamente buttata a terra e che invece mi hanno fortificata. Vorrei che mi ricordassero sorridente, davanti a un piatto prelibato e a un bicchiere di vino.  Partire dalla fine, a volte, è centrare il bersaglio subito per poi tornare indietro, allontanarsene, prendere la mira e centrarlo di nuovo, con il vantaggio di sapere già la direzione, la traiettoria precisa, il dove, il quando, il come e soprattutto il perché.

martedì 15 ottobre 2013

VA TUTTO BENE (MA ANCHE NO)

Noto spesso un grande fraintendimento da parte di molte persone sul cosiddetto 'pensiero positivo'. Noto una forte tendenza da parte di queste persone a riempirsi la bocca con la frase fatta 'dai, su, pensa positivo!' È irritante esporre un tuo problema, una situazione difficile da risolvere, un tuo stato d'animo non particolarmente bello, e sentirti rispondere così. È irritante perché di base questo non è ottimismo, è negazionismo. Il vero ottimismo non è negare il problema, far finta che non esista e dirsi che tutto va bene. Il vero ottimismo, il vero pensiero positivo, è prendere atto della realtà, per quando sgradevole e difficile, e chiedersi quale insegnamento si possa trarre da essa, e come si possano risolvere certe situazioni complicate. Cercare di trarre vantaggio dai momenti brutti, difficili, faticosi, è il più grande regalo che possiamo fare a noi stessi. Essere opportunisti con la vita quando la vita è opportunista con noi. Sfruttare lei quando sembra sia lei a sfruttare noi. Utilizzare ogni difficoltà per crescere e diventare ancora più speciali. Negare che ciò che stiamo attraversando sia doloroso non porta da nessuna parte se non a mentire spudoratamente a noi stessi. E il cervello lo sa, quando mentiamo a noi stessi. Non lo si può ingannare, il cervello. Mentire a se stessi è molto pericoloso, perché ci rende persone false e inaffidabili ai nostri occhi. Dobbiamo riconoscere il dolore, la difficoltà, le problematiche oggettive della nostra realtà, sentirle emotivamente, accettarle, e sfruttarle a nostro favore, trarne ogni vantaggio possibile, dopodiché cercare di capire come risolverle. Questo è ottimismo. Coloro che ripetono incessantemente 'pensa positivo' pensando che questa frase risolva ogni problema come per magia senza capire come, senza fare alcunché per elaborare la situazione, non sono ottimisti, sono solo coglioni.

mercoledì 9 ottobre 2013

CHI SI ACCONTENTA GODE... COSÌ COSÌ

Non riesco a stimare fino in fondo una persona che non sia ambiziosa. Noto da sempre che molte persone danno un significato negativo alla parola 'ambizione', dimenticando o ignorando la sua etimologia. Ambire (mi sono documentata, lo ignoravo anche io) deriva dal latino, ed è composto da 'ambi', che significa 'in varie direzioni, in giro,di qua e di là' e 'ire', che significa 'andare'. Ambire a qualcosa e darsi da fare per ottenerla, dal mio punto di vista,è positivo. Ovviamente, è il 'come' che fa la differenza. È il passare sopra i cadaveri, è il fregare gli altri, è essere accecati dalla brama perdendo di vista i propri valori e andando spesso contro di essi,  che dà un significato negativo alla parola 'ambizione'. Ma di per sé la parola è neutra, esprime un forte desiderio e una forte volontà di realizzarlo. Voler migliorare la propria vita, in qualunque ambito -lavorativo, economico, sociale, privato, sentimentale- è segno di intelligenza, di carattere, di personalità, è un omaggio alla vita stessa. Accontentarsi non è buona cosa, dal mio punto di vista, non è saggio. Saggio, per me, è essere grati di ciò che si ha, creare amore nella realtà circostante, quella in cui ci troviamo, che momentaneamente abbiamo, vederne il bello, per far sì che questa sia un'ottima base per realizzare i nostri sogni, i nostri desideri, per far sì che la nostra realtà sia davvero come noi la vogliamo. Ma non dobbiamo smettere di ambire a qualcosa di più, a qualcosa di meglio. Accontentarsi è spesso rassegnarsi, non aver fiducia in noi stessi, negli altri, nell'universo. 'Chi si accontenta gode così così' diceva qualcuno. Meglio toglierlo, quel 'così così'. Meglio pensare che se già stiamo godendo di qualcosa, possiamo sempre provare a godere anche di qualcos'altro, a godere di più.

lunedì 30 settembre 2013

EVOLUZIONI

Credo che in qualunque relazione, di qualunque natura essa sia -amicizia, amore, parentela o altro- sia nostro preciso dovere aiutare a crescere l'altra persona, per quanto ci è concesso e per quanto possiamo essere in grado di farlo. Credo che sia nostro preciso dovere non assecondare i comportamenti patologici, nevrotici, autolesionisti e improduttivi di coloro ai quali vogliamo bene, ma anzi, far loro notare quanto questi comportamenti possano nuocere alla loro vita, aiutandoli così a crescere e a gestire meglio le loro risorse. Non mi sono mai piaciute le pacche sulle spalle o i 'come ti capisco', quando sono fini a se stessi e non sono seguiti da un cercare di elaborare il problema insieme, di dare un consiglio sulla base della propria esperienza, di capire insieme il modo in cui migliorare o cambiare uno stile di vita, un atteggiamento, un pensiero che finora non ha portato risultati positivi. Non credo fino in fondo nel dover accettare qualcuno così com'è. O meglio, credo nell'accettare la persona, ma non il suo comportamento. La persona la accetti, la comprendi, la perdoni, ci entri in empatia, perché ogni persona ha una storia alle spalle, ogni persona ha un vissuto grazie al quale è quello che è e fa quel che fa, e non è tuo compito giudicarla. Ma il comportamento, quando è palesemente nocivo, va fatto notare, sia che nuoccia a noi, sia che nuoccia alla persona a cui appartiene. Purtroppo, però, non tutte le persone vogliono crescere. Non a tutti piace il confronto costruttivo. Molti determinano la qualità della loro relazione proprio in base alla volontà e capacità dell'altro di assecondarli, negandosi la grande opportunità di crescere, evolversi, migliorare la propria vita, e non capendo che l'unico modo che l'altra persona ha di volerti bene è quello di interrompere certi schemi di comportamento patologici che vede in te, a costo di interrompere ogni rapporto. E così le amicizie e gli amori finiscono, le persone si allontanano, talvolta gradualmente, talvolta con brusche rotture, perché non hanno più niente da dirsi. Perché il linguaggio non è più lo stesso, perché uno dei due parla il linguaggio della crescita, dell'evoluzione, del cambiamento, mentre l'altro si fa sordo e si immerge un soliloquio involutivo e statico. E spesso, colui che si è fatto sordo, adduce la fine della relazione alla incapacità dell'altro di capirlo, non rendendosi conto che l'altro ha fatto il possibile per farsi capire lui per primo, trovando un muro. È impossibile fare un percorso mano nella mano con chi non ha voglia di camminare e si ferma continuamente lamentandosi e pretendendo di essere capito da te perché il percorso non è facile, perché è faticoso, non rendendosi minimamente conto di quanto sia difficile per te in primis, quel percorso. Ma tu hai voglia di andare avanti, perché sai che più vai avanti e meno faticoso è, mentre l'altro, l'incompreso, vuole solo star fermo, evitare qualunque fatica, ignorando che rimanere fermi è la fatica più grande che un essere umano possa fare, dato che tutto cresce, in natura, e niente resta fermo. E andare contro natura è sempre molto faticoso e costa anche molto caro.


mercoledì 18 settembre 2013

DEL MIO MEGLIO

Mi è capitato spesso, in varie situazioni e vari contesti, di avere la sensazione di non aver fatto 'tutto il possibile', di non aver fatto ciò che andava fatto, di non aver fatto 'del mio meglio'. Credo che per sentirci sempre in pace con noi stessi, con gli altri e con l'Universo, il segreto sia appunto questo: cercare di far sempre del nostro meglio. Credo sia un nostro dovere per omaggiare noi stessi, il nostro potenziale e la nostra vita. Ma per far questo è importante innanzi tutto capire che il nostro meglio non è mai lo stesso, cambia di volta in volta. Cambia se siamo stanchi o riposati, tristi o allegri, in salute o in malattia. Cambia, insomma, a seconda delle circostanze.  Dobbiamo capire che, a volte, in una scala da uno a dieci, il nostro meglio è dieci, e altre è uno. Quando è dieci, non dobbiamo permettere a noi stessi di adagiarci e di fare nove. Quando, invece, il nostro meglio è uno, non dobbiamo permettere a noi stessi di fare eccessivi sforzi e pretendere di fare due. Se non ci adagiamo mai su comodi alibi e scuse e se non pretendiamo l'impossibile da noi stessi, allora ci sentiremo sempre a posto. Se quando siamo dei maratoneti in perfetta forma corriamo dritti alla meta con tutta la nostra energia senza risparmiarci, e se quando siamo maratoneti con una gamba dolente ci sforziamo di fare con impegno, energia e fiducia i pochi passi che l'infortunio ci consente, allora avremo fatto del nostro meglio. Dare sempre il massimo e capire che il massimo di oggi può essere il minimo di ieri o di domani, non crucciandosene mai. Questo, a mio avviso, è il segreto per stare a posto con la coscienza, e per vivere una vita di qualità sfruttando al meglio le nostre risorse.

mercoledì 11 settembre 2013

DA UNA LACRIMA SUL VISO

Sarà capitato a tutti, nella vita, di versare fiumi di lacrime per qualcosa rendendosi conto che il pianto era esagerato ma non riuscendo a smettere, come quando hai a che fare con un rubinetto rotto che non riesci a chiudere. Non importa quale sia questo qualcosa, un amore finito o non corrisposto, un progetto non andato  a buon fine, un contrattempo che ha mandato a monte i nostri piani, un comportamento che ci ha feriti, una delusione di qualsiasi tipo. Non ha proprio importanza. Importa solo il fatto che abbiamo sentito chiaramente che le nostre lacrime erano eccessive, spropositate, troppe, e che sembrava non avessero fine. Magari abbiamo affrontato qualcosa di molto più grave e serio in modo molto più composto e dignitoso, più maturo, più adulto, e invece quella volta non ci siamo riusciti. Mi sono spesso chiesta il perché, ma recentemente l'ho intuito proprio mentre mi trovavo in una circostanza del genere. Penso che le lacrime che versiamo in quantità esagerata da grandi siano quelle che abbiamo troppo a lungo trattenuto da bambini. Dovremmo sempre cercare, nel momento stesso in cui versiamo lacrime, di analizzarne l'età. Dovremmo cercare di capire se sono lacrime adulte o infantili, se sono nuove o antiche. Spesso le nostre lacrime nascondono dolori non superati, paure che non abbiamo manifestato, lutti non elaborati, perdite non risarcite, ferite non rimarginate. Ma soprattutto lacrime non versate.  Le lacrime trattenute, soffocate, ricacciate indietro, si depositano sul conto corrente dei dolori e maturano interessi. Ogni lacrima non versata da bambini frutterà miliardi di lacrime che verseremo da grandi. L'importante è saperlo, capirlo, accettarlo, e fronteggiarlo. Deve intervenire la nostra parte adulta, a chiudere quel rubinetto. La parte infantile non lo può fare, non lo vuole fare, e non lo deve fare. L'ha già fatto a suo tempo, ha stretto troppo, e il rubinetto si è guastato, allentandosi a dismisura per reazione.  È tempo di far intervenire un idraulico. Roba da grandi.

lunedì 26 agosto 2013

ERA 'SOLO' UN SOGNO

Quando veniamo svegliati da un brutto sogno, sappiamo già che la giornata non sarà delle migliori. Perché inizia con uno sforzo, quella giornata: lo sforzo di resettare il nostro umore prima ancora che gli eventi quotidiani lo abbiano potuto guastare, o per meglio dire, che noi abbiamo permesso loro di guastarlo. La notte, quando dormiamo, non abbiamo il potere di controllare il nostro stato d'animo, i nostri pensieri, il nostro linguaggio interiore. Non possiamo intervenire in alcun modo sul nostro inconscio, perché è lui che fa da padrone, quando noi ci lasciamo andare al sonno. E quando ci svegliamo, quando lui ci sveglia perché ha deciso di tormentarci, ci piombano addosso come macigni tutto il suo potere e tutta la nostra impotenza. Passiamo tutta la giornata a cercare di toglierci quella orribile sensazione di dosso, quel fastidio, quella paura, quel dolore che lui ci ha risvegliato mentre noi non potevamo controllarlo. Continuiamo a ripeterci che era solo un brutto sogno, che ora va tutto bene, ci diciamo quello che ci diceva la mamma da piccolini, quando accorreva per tranquillizzarci sentendoci agitati e spaventati da un incubo. Ma spesso non riusciamo a fidarci di noi stessi e delle nostre parole come ci fidavamo di quelle di nostra madre da piccoli. Non ci fidiamo perché adesso siamo grandi, e sappiamo bene che il nostro inconscio non è qualcosa di esterno da poter tenere a bada, da poter allontanare a nostro piacimento. Sappiamo che il nostro inconscio è esattamente quello che sentiamo e pensiamo davvero, sappiamo che è la nostra verità interiore e che ci indica con una precisione spietata le nostre paure, i nostri desideri, le nostre angosce, le nostre speranze. Noi siamo proprio quello, siamo il nostro inconscio. E quindi abbiamo la responsabilità anche della sua qualità di vita, che diventa poi necessariamente la nostra. Se da addormentati non abbiamo potere su di lui, da svegli ce l'abbiamo. Abbiamo innanzitutto il dovere di ascoltarlo, di accoglierlo, di accettarlo, di tranquillizzarlo e di rimproverarlo se necessario. Abbiamo il dovere di lavorare sul nostro conscio affinché faccia pace con l'inconscio, affinché comunichi con lui, affinché lo prenda per mano e lo guidi. Sempre e comunque dipende da noi. Sempre e comunque siamo noi che dirigiamo la nostra mente e anche quando non possiamo controllarla la possiamo comunque programmare. Dipendono da noi i sogni belli e i sogni brutti, di notte e di giorno. Verità molto scomoda per chiunque, me compresa, ma verità.

martedì 6 agosto 2013

LOST AND FOUND

Viaggiare è una delle mie attività preferite, una delle mie priorità assolute nella vita. Non solo. Non ho paura di niente, quando viaggio. Non ho paura dell'aereo, non ho paura di alcun mezzo di trasporto, non ho paura delle malattie, non ho paura degli imprevisti, non ho paura di viaggiare sola, non ho paura di annoiarmi, non ho paura di ciò che non conosco. C'è un'unica eccezione. C'è una cosa di cui ho paura. No, non è esatto. C'è una cosa di cui ho un terrore fottuto: perdere i bagagli. Perderli quando viaggio in aereo per colpa dello smistamento caotico negli aeroporti, perderli quando viaggio in treno per colpa di una mia svista, perderli quando viaggio in pullman per colpa di qualche passeggero sbadato che scende prima di me e scambia il proprio bagaglio col mio, perderli per colpa di un ladro che me li ruba nella hall di un hotel, perderli per colpa di chiunque ovunque io sia e con qualunque mezzo di trasporto io viaggi. Insomma, fintanto che io non sono nella mia cameretta e non ho riposto tutto il contenuto del bagaglio negli armadi e cassetti a mia disposizione, non sono tranquilla. Ora, a differenza della stragrande maggioranza delle persone che convive con le proprie ansie e paure senza minimamente chiedersi il perché e soprattutto senza minimamente cercare di capire come potrebbe superarle, io mi sono posta il problema, affinché quest'ansia non mi tormenti più. Ci tengo a dire che questo timore non mi ha mai impedito di viaggiare, ma questo solo perché io da sempre rifiuto di essere schiava di una qualsivoglia paura, e rifiuto il fatto che una qualsivoglia paura mi possa impedire di fare alcunché. È un concetto a cui mi ribello con tutta me stessa, quello della schiavitù. Di ogni genere. Detto ciò, il motivo di questa mia paura è uno e uno soltanto: il vano, faticoso e dannoso tentativo di cercare di tenere sempre tutto sotto controllo. La difficoltà di 'lasciar andare', anche. L'attaccamento morboso a ciò che mi dà sicurezza, come i miei oggetti, da me scelti con cura, amore e dedizione, a cui io erroneamente associo la mia identità. Errore. Immenso, nocivo, deleterio errore. Io non sono i miei oggetti, prima di tutto. La mia identità è ben altro, per fortuna. Ma soprattutto io non posso controllare gli oggetti come non posso controllare gli eventi, i fatti, le persone. Non posso contollare la vita. Posso solo viverla, con tutto ciò che comporta, nel bene e nel male. Devo imparare a lasciar andare tutto ciò che mi appartiene. Perché niente ci appartiene del tutto, niente ci appartiene veramente, e se qualcosa ci appartiene è perché siamo disposti a lasciarlo andare. Ho capito che neanche io posso appartenere a me stessa se non sono disposta a perdermi. Devo lasciar andare me stessa, dunque, prima di tutto. Devo lasciar andare la mia vecchia identità ogni volta che voglio trovarne una nuova. Devo darmi la possibilità di perdermi per poi darmi la possibilità di ritrovarmi, proprio come i miei bagagli. Perché io sono il mio bagaglio più grande, più importante, più prezioso. Io.