Sarà capitato a tutti, nella vita, di versare fiumi di lacrime per qualcosa rendendosi conto che il pianto era esagerato ma non riuscendo a smettere, come quando hai a che fare con un rubinetto rotto che non riesci a chiudere. Non importa quale sia questo qualcosa, un amore finito o non corrisposto, un progetto non andato a buon fine, un contrattempo che ha mandato a monte i nostri piani, un comportamento che ci ha feriti, una delusione di qualsiasi tipo. Non ha proprio importanza. Importa solo il fatto che abbiamo sentito chiaramente che le nostre lacrime erano eccessive, spropositate, troppe, e che sembrava non avessero fine. Magari abbiamo affrontato qualcosa di molto più grave e serio in modo molto più composto e dignitoso, più maturo, più adulto, e invece quella volta non ci siamo riusciti. Mi sono spesso chiesta il perché, ma recentemente l'ho intuito proprio mentre mi trovavo in una circostanza del genere. Penso che le lacrime che versiamo in quantità esagerata da grandi siano quelle che abbiamo troppo a lungo trattenuto da bambini. Dovremmo sempre cercare, nel momento stesso in cui versiamo lacrime, di analizzarne l'età. Dovremmo cercare di capire se sono lacrime adulte o infantili, se sono nuove o antiche. Spesso le nostre lacrime nascondono dolori non superati, paure che non abbiamo manifestato, lutti non elaborati, perdite non risarcite, ferite non rimarginate. Ma soprattutto lacrime non versate. Le lacrime trattenute, soffocate, ricacciate indietro, si depositano sul conto corrente dei dolori e maturano interessi. Ogni lacrima non versata da bambini frutterà miliardi di lacrime che verseremo da grandi. L'importante è saperlo, capirlo, accettarlo, e fronteggiarlo. Deve intervenire la nostra parte adulta, a chiudere quel rubinetto. La parte infantile non lo può fare, non lo vuole fare, e non lo deve fare. L'ha già fatto a suo tempo, ha stretto troppo, e il rubinetto si è guastato, allentandosi a dismisura per reazione. È tempo di far intervenire un idraulico. Roba da grandi.
mercoledì 11 settembre 2013
DA UNA LACRIMA SUL VISO
Sarà capitato a tutti, nella vita, di versare fiumi di lacrime per qualcosa rendendosi conto che il pianto era esagerato ma non riuscendo a smettere, come quando hai a che fare con un rubinetto rotto che non riesci a chiudere. Non importa quale sia questo qualcosa, un amore finito o non corrisposto, un progetto non andato a buon fine, un contrattempo che ha mandato a monte i nostri piani, un comportamento che ci ha feriti, una delusione di qualsiasi tipo. Non ha proprio importanza. Importa solo il fatto che abbiamo sentito chiaramente che le nostre lacrime erano eccessive, spropositate, troppe, e che sembrava non avessero fine. Magari abbiamo affrontato qualcosa di molto più grave e serio in modo molto più composto e dignitoso, più maturo, più adulto, e invece quella volta non ci siamo riusciti. Mi sono spesso chiesta il perché, ma recentemente l'ho intuito proprio mentre mi trovavo in una circostanza del genere. Penso che le lacrime che versiamo in quantità esagerata da grandi siano quelle che abbiamo troppo a lungo trattenuto da bambini. Dovremmo sempre cercare, nel momento stesso in cui versiamo lacrime, di analizzarne l'età. Dovremmo cercare di capire se sono lacrime adulte o infantili, se sono nuove o antiche. Spesso le nostre lacrime nascondono dolori non superati, paure che non abbiamo manifestato, lutti non elaborati, perdite non risarcite, ferite non rimarginate. Ma soprattutto lacrime non versate. Le lacrime trattenute, soffocate, ricacciate indietro, si depositano sul conto corrente dei dolori e maturano interessi. Ogni lacrima non versata da bambini frutterà miliardi di lacrime che verseremo da grandi. L'importante è saperlo, capirlo, accettarlo, e fronteggiarlo. Deve intervenire la nostra parte adulta, a chiudere quel rubinetto. La parte infantile non lo può fare, non lo vuole fare, e non lo deve fare. L'ha già fatto a suo tempo, ha stretto troppo, e il rubinetto si è guastato, allentandosi a dismisura per reazione. È tempo di far intervenire un idraulico. Roba da grandi.
lunedì 26 agosto 2013
ERA 'SOLO' UN SOGNO
Quando veniamo svegliati da un brutto sogno, sappiamo già che la giornata non sarà delle migliori. Perché inizia con uno sforzo, quella giornata: lo sforzo di resettare il nostro umore prima ancora che gli eventi quotidiani lo abbiano potuto guastare, o per meglio dire, che noi abbiamo permesso loro di guastarlo. La notte, quando dormiamo, non abbiamo il potere di controllare il nostro stato d'animo, i nostri pensieri, il nostro linguaggio interiore. Non possiamo intervenire in alcun modo sul nostro inconscio, perché è lui che fa da padrone, quando noi ci lasciamo andare al sonno. E quando ci svegliamo, quando lui ci sveglia perché ha deciso di tormentarci, ci piombano addosso come macigni tutto il suo potere e tutta la nostra impotenza. Passiamo tutta la giornata a cercare di toglierci quella orribile sensazione di dosso, quel fastidio, quella paura, quel dolore che lui ci ha risvegliato mentre noi non potevamo controllarlo. Continuiamo a ripeterci che era solo un brutto sogno, che ora va tutto bene, ci diciamo quello che ci diceva la mamma da piccolini, quando accorreva per tranquillizzarci sentendoci agitati e spaventati da un incubo. Ma spesso non riusciamo a fidarci di noi stessi e delle nostre parole come ci fidavamo di quelle di nostra madre da piccoli. Non ci fidiamo perché adesso siamo grandi, e sappiamo bene che il nostro inconscio non è qualcosa di esterno da poter tenere a bada, da poter allontanare a nostro piacimento. Sappiamo che il nostro inconscio è esattamente quello che sentiamo e pensiamo davvero, sappiamo che è la nostra verità interiore e che ci indica con una precisione spietata le nostre paure, i nostri desideri, le nostre angosce, le nostre speranze. Noi siamo proprio quello, siamo il nostro inconscio. E quindi abbiamo la responsabilità anche della sua qualità di vita, che diventa poi necessariamente la nostra. Se da addormentati non abbiamo potere su di lui, da svegli ce l'abbiamo. Abbiamo innanzitutto il dovere di ascoltarlo, di accoglierlo, di accettarlo, di tranquillizzarlo e di rimproverarlo se necessario. Abbiamo il dovere di lavorare sul nostro conscio affinché faccia pace con l'inconscio, affinché comunichi con lui, affinché lo prenda per mano e lo guidi. Sempre e comunque dipende da noi. Sempre e comunque siamo noi che dirigiamo la nostra mente e anche quando non possiamo controllarla la possiamo comunque programmare. Dipendono da noi i sogni belli e i sogni brutti, di notte e di giorno. Verità molto scomoda per chiunque, me compresa, ma verità.
martedì 6 agosto 2013
LOST AND FOUND
Viaggiare è una delle mie attività preferite, una delle mie priorità assolute nella vita. Non solo. Non ho paura di niente, quando viaggio. Non ho paura dell'aereo, non ho paura di alcun mezzo di trasporto, non ho paura delle malattie, non ho paura degli imprevisti, non ho paura di viaggiare sola, non ho paura di annoiarmi, non ho paura di ciò che non conosco. C'è un'unica eccezione. C'è una cosa di cui ho paura. No, non è esatto. C'è una cosa di cui ho un terrore fottuto: perdere i bagagli. Perderli quando viaggio in aereo per colpa dello smistamento caotico negli aeroporti, perderli quando viaggio in treno per colpa di una mia svista, perderli quando viaggio in pullman per colpa di qualche passeggero sbadato che scende prima di me e scambia il proprio bagaglio col mio, perderli per colpa di un ladro che me li ruba nella hall di un hotel, perderli per colpa di chiunque ovunque io sia e con qualunque mezzo di trasporto io viaggi. Insomma, fintanto che io non sono nella mia cameretta e non ho riposto tutto il contenuto del bagaglio negli armadi e cassetti a mia disposizione, non sono tranquilla. Ora, a differenza della stragrande maggioranza delle persone che convive con le proprie ansie e paure senza minimamente chiedersi il perché e soprattutto senza minimamente cercare di capire come potrebbe superarle, io mi sono posta il problema, affinché quest'ansia non mi tormenti più. Ci tengo a dire che questo timore non mi ha mai impedito di viaggiare, ma questo solo perché io da sempre rifiuto di essere schiava di una qualsivoglia paura, e rifiuto il fatto che una qualsivoglia paura mi possa impedire di fare alcunché. È un concetto a cui mi ribello con tutta me stessa, quello della schiavitù. Di ogni genere. Detto ciò, il motivo di questa mia paura è uno e uno soltanto: il vano, faticoso e dannoso tentativo di cercare di tenere sempre tutto sotto controllo. La difficoltà di 'lasciar andare', anche. L'attaccamento morboso a ciò che mi dà sicurezza, come i miei oggetti, da me scelti con cura, amore e dedizione, a cui io erroneamente associo la mia identità. Errore. Immenso, nocivo, deleterio errore. Io non sono i miei oggetti, prima di tutto. La mia identità è ben altro, per fortuna. Ma soprattutto io non posso controllare gli oggetti come non posso controllare gli eventi, i fatti, le persone. Non posso contollare la vita. Posso solo viverla, con tutto ciò che comporta, nel bene e nel male. Devo imparare a lasciar andare tutto ciò che mi appartiene. Perché niente ci appartiene del tutto, niente ci appartiene veramente, e se qualcosa ci appartiene è perché siamo disposti a lasciarlo andare. Ho capito che neanche io posso appartenere a me stessa se non sono disposta a perdermi. Devo lasciar andare me stessa, dunque, prima di tutto. Devo lasciar andare la mia vecchia identità ogni volta che voglio trovarne una nuova. Devo darmi la possibilità di perdermi per poi darmi la possibilità di ritrovarmi, proprio come i miei bagagli. Perché io sono il mio bagaglio più grande, più importante, più prezioso. Io.
lunedì 29 luglio 2013
AL CINEMA
Quando stiamo attraversando un momento drammatico o comunque molto problematico che ci crea preoccupazione e sofferenza dovremmo essere in grado di osservare la nostra vita nello stesso identico modo in cui al cinema guardiamo un film che ci appassiona, ossia con quella partecipazione emotiva che è entusiasmante, coinvolgente ed emozionante anche quando fa soffrire e genera lacrime. Invece, quando ci troviamo a viverli di persona, certi film, non ci entusiasmano per niente; vorremmo uscire dalla sala cinematografica e non vedere più nulla, vorremmo andare di corsa nella nostra casetta, nel nostro nido, dove tutto è tranquillo e quel che vediamo è rassicurante. Siamo talmente impauriti e sofferenti, talmente preoccupati, che perdiamo di vista un elemento fondamentale: il fascino del film della nostra vita. Un film non è un bel film senza una sceneggiatura ricca di colpi scena, di rivali da sconfiggere, di ostacoli da superare, di problemi da risolvere. Al cinema, più la sceneggiatura è articolata, più il film è coinvolgente, più noi godiamo nel vederlo e più stiamo incollati allo schermo. Dovremmo stare incollati allo stesso modo allo schermo della nostra vita, guardare bene ogni inquadratura; osservare le luci, i suoni, i costumi; ascoltare attentamente i dialoghi, e semplicemente godersi la trama, godersi le emozioni che ogni singolo dettaglio ci suscita. Invece siamo talmente occupati a cercare di indovinare come finirà il film, e stiamo lì a domandarci chi è l'assassino, se l'eroe riuscirà a sconfiggere il nemico e a portare a termine la sua missione, se l'amore tra i due protagonisti trionferà, se l'eroina malata guarirà, se il cattivo morirà, se gli alieni se ne andranno e via discorrendo, che non ci rendiamo conto che ci stiamo perdendo il film stesso, di cui non sarà possibile avere una seconda visione. Abbiamo il privilegio di essere protagonisti e spettatori al tempo stesso, del film della nostra vita, e spesso non riusciamo ad essere né l'uno né l'altro. Davvero un gran peccato.
martedì 16 luglio 2013
AL DI QUA
martedì 9 luglio 2013
(IN)CERTEZZE
Noi esseri umani siamo alquanto contraddittori: da un lato abbiamo bisogno di certezze, di sicurezze, di rassicurazioni continue e costanti, e dall'altro abbiamo bisogno della cosa totalmente opposta: abbiamo bisogno di varietà, di sorprese, di novità, di imprevisti che movimentino la vita altrimenti monotona. Sono sempre più convinta che ognuno di noi, nessuno escluso, viva questa schizofrenica e dilaniante scissione quotidianamente, per tutta la vita. Mi chiedo il perché e mi do' una risposta, l'unica per me plausibile, e cioè che anche il brivido dell'incertezza è in un certo qual modo certezza. Certezza che niente è statico, che tutto è in continua evoluzione e in continuo movimento, in continua metamorfosi. Certezza che niente è per sempre, nel bene e nel male, che ogni fermata è solo una sosta temporanea che ci permetterà di riprendere il cammino verso la nostra crescita, il nostro sviluppo come esseri umani. Certezza che ci sarà sempre qualcosa da scoprire, qualcosa da conoscere, qualcosa da imparare, qualcosa da sperimentare, qualcosa da provare. Certezza che dopo ogni traguardo ce ne sarà sempre un altro, e che il percorso sarà sempre accompagnato da quella sana euforia infantile che ci farà sempre sentire vivi e mai vecchi. Il non arrivare mai definitivamente, ecco qual è l'unica vera magica certezza della vita, da cui non si può non essere attratti. In fondo siamo scontati, noi umani: abbiamo bisogno di sapere che la vita vale la pena di essere vissuta. Siamo scontati e banali: abbiamo bisogno di aggrapparci a questa certezza per esorcizzarne un'altra uguale e contraria: quella della morte. Perché smettere di crescere, in natura, equivale a morire.
mercoledì 3 luglio 2013
'GRAZIE A ME'
I modi di dire possono essere molto diseducativi, a volte. Rifletto spesso su quelli utilizzati per esprimere la nostra gratitudine per qualcosa che va o che è andato bene: 'grazie a Dio', 'se Dio vuole', 'grazie al cielo', per fortuna', 'per buona sorte'... e anche su quelli per esprimere la nostra speranza sull'esito futuro di qualcosa: 'se Dio vorrà', 'a Dio piacendo','se la fortuna mi assiste', 'con l'aiuto della mia buona stella'... Non c'è un solo modo di dire, uno solo, che deresponsabilizzi Dio, il cielo, la sorte, il fato, la fortuna e responsabilizzi noi al posto loro. Non esistono modi di dire come ad esempio: 'grazie a me', 'per mia bravura', 'per mie capacità', 'grazie alla mia volontà', 'se io voglio','se io vorrò','se io mi impegno'... Non siamo abituati a prenderci la responsabilità della nostra vita e del nostro destino, responsabilità che preferiamo delegare a qualcosa di superiore, di ultraterreno, perché è più comodo, più facile. Nasciamo e cresciamo con una programmazione linguistica errata, nociva, diseducativa, deresponsabilizzante, deleteria per la nostra crescita e per il raggiungimento dei nostri obiettivi, per la considerazione che abbiamo di noi stessi, dei nostri mezzi, del potere della nostra mente, della nostra volontà. Cresciamo con la falsa credenza limitante che il nostro destino non dipende da noi, ci convinciamo che noi possiamo solo dare un misero contributo a ciò che è già scritto, che nulla o quasi è in nostro potere. Non è così. Proprio non lo è. 'Per fortuna', 'ringraziando il cielo', l'ho capito in tempo.
lunedì 10 giugno 2013
COME IL CIELO
Una volta ho letto da qualche parte che bisognerebbe essere come il cielo, infiniti, aperti, mutevoli. Io lo osservo spesso, il cielo. Non ha paura della luce infuocata del Sole, accecante e bruciante. Non ha paura delle nuvole, le lascia passare, non le trattiene né le spinge via. Le nuvole arrivano, passano e se ne vanno. A volte restano per un po' e provocano tuoni, lampi e piogge torrenziali che a noi possono fare paura, ma non al cielo. Il cielo sa che quelle nuvole e quella pioggia sono temporanee e utili, e che il sole tornerà a splendere di nuovo. Il cielo non teme il buio della notte, perché temporaneo, ciclico, rassicurante, necessario allo splendore della luna e delle stelle e complementare alla luce del giorno. Il cielo non teme niente, lascia che tutto sia, nel suo fluire e nel suo divenire. E' così che dovremmo essere.
mercoledì 5 giugno 2013
SAI, LA GENTE È STRANA
Accusiamo spesso 'la gente' di superficialità quando si limita a giudicare dalle apparenze. Non sono d'accordo, non lo sono minimamente. La 'gente', salvo essere legata a noi da amicizia profonda o amore, non è tenuta a vedere oltre quello che noi mostriamo. La 'gente' non è tenuta a psicanalizzare altra 'gente'. La 'gente' reagisce in base a ciò che vede e il biglietto da visita che porgiamo è fondamentale per il giudizio che questa 'gente' darà su di noi. E' responsabilità nostra dimostrare coerenza tra quello che appare e quello che noi siamo in realtà. Intendiamoci, siamo liberissimi di non farlo. Liberissimi di dare un biglietto da visita opposto a quello che siamo. Probabilmente lo facciamo per una forma di difesa. Probabilmente abbiamo una tale fragilità, una tale sensibilità e una tale vulnerabilità da scegliere di indossare una corazza e mostrare quella, alla 'gente'. Ma siamo colpevoli, prendiamone atto. Colpevoli di non aver capito che fragilità, sensibilità e vulnerabilità sono un pregio, un tesoro, una ricchezza. Sono quello che fa di noi degli esseri umani e quindi creature divine. (che l'aggettivo 'divine' sia inteso dai credenti come sinonimo di 'create da Dio' e dai non credenti o agnostici come sinonimo di 'meravigliose'). Siamo colpevoli di temere il giudizio della 'gente', colpevoli di considerare la 'gente' come il nemico da cui difenderci e non come persone nostre simili nel bene e nel male. Il nemico non è la 'gente', il nemico è la nostra paura. La paura della 'gente', la paura di noi stessi, la paura di essere umanamente imperfetti, la paura di vivere, la paura di ammettere che 'la gente' siamo noi.
INGREDIENTI
Mi è capitato, talvolta, di ricevere un sms e di sbagliare a leggere il mittente. Pensavo di averlo ricevuto da una persona anziché da un'altra (quella che me lo aveva realmente inviato). L'argomento era neutro e banale, dissertazioni su un programma televisivo, sul tempo, sul traffico, sull'influenza. Ho digitato la risposta al messaggio, più o meno elaborata, senza uscire dall'argomento, e un attimo prima di inviarlo mi sono accorta che avevo letto male il mittente, che me l'aveva mandato un'altra persona. A quel punto ho realizzato che il messaggio era totalmente da riscrivere. Eppure l'argomento era quello, e le mie opinioni in merito anche. E allora, che cambiava? Cambiava il linguaggio. Noi non parliamo la stessa lingua con tutti, non usiamo gli stessi toni, e cambia il modo di interagire. Cambiano i codici di comunicazione. Con certe persone usiamo l'ironia, con altre la seriosità, con certe persone utilizziamo il nostro dialetto regionale, con altre parliamo in modo molto più forbito, con qualcuno abbiamo in comune parole che racchiudono un mondo che ci accomuna solo e soltanto a quella persona. Cambiamo profondamente a seconda della persona che abbiamo davanti. Non siamo mai gli stessi, mai. C'è solo la nostra base che rimane la stessa, come una specie di neutra pasta sfoglia. Possiamo diventare dessert o torta rustica, a seconda di chi abbiamo davanti. E quanti tipi di dessert e di torte rustiche! Noi siamo solo ciò che l'interazione con gli altri ci porta ad essere, siamo ispirati dagli altri. Per questo le persone sole sono tristi, perché sono solo misera pasta sfoglia.
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