martedì 16 luglio 2013

AL DI QUA

Chiunque perda una persona cara vive poi nella speranza di poterla 'sentire', di poter avere un segnale qualsiasi dall'aldilà. Ma loro, i morti, si fanno sentire quando vogliono, e non quando vogliamo noi. Potrei dire retoricamente che si fanno sentire quando ne abbiamo davvero bisogno, ma non è così. La verità è che si fanno sentire quando noi siamo pronti ad accoglierli, e per accoglierli è necessario abbandonare il dolore, la rabbia, il senso di ingiustizia e di sfortuna, il senso di abbandono e di perdita, i rimpianti e i rimorsi legati a quella scomparsa. I morti vogliono stare in pace, ne hanno il diritto, se la sono guadagnati, la pace, quella eterna. La loro luce non può risplendere se noi continuiamo a voler stare al buio. I morti sono liberi, liberi finalmente da tutto, ed è perfettamente inutile ostinarci a cercare disperatamente di tenerli legati a noi, ad una vita a cui loro non appartengono più. I morti bisogna saperli accogliere, e per saperli accogliere bisogna prima imparare a lasciarli andare.

martedì 9 luglio 2013

(IN)CERTEZZE

Noi esseri umani siamo alquanto contraddittori: da un lato abbiamo bisogno di certezze, di sicurezze, di rassicurazioni continue e costanti, e dall'altro abbiamo bisogno della cosa totalmente opposta: abbiamo bisogno di varietà, di sorprese, di novità, di imprevisti che movimentino la vita altrimenti monotona. Sono sempre più convinta che ognuno di noi, nessuno escluso, viva questa schizofrenica e dilaniante scissione quotidianamente, per tutta la vita.  Mi chiedo il perché e mi do' una risposta, l'unica per me plausibile, e cioè che anche il brivido dell'incertezza è in un certo qual modo certezza. Certezza che niente è statico, che tutto è in continua evoluzione e in continuo movimento, in continua metamorfosi.  Certezza che niente è per sempre, nel bene e nel male, che ogni fermata è solo una sosta temporanea che ci permetterà di riprendere il cammino verso la  nostra crescita, il nostro sviluppo come esseri umani. Certezza che ci sarà sempre qualcosa da scoprire, qualcosa da conoscere, qualcosa da imparare, qualcosa da sperimentare, qualcosa da provare. Certezza che dopo ogni traguardo ce ne sarà sempre un altro, e che il percorso sarà sempre accompagnato da quella sana euforia infantile che ci farà sempre sentire vivi e mai vecchi. Il non arrivare mai definitivamente,  ecco qual è l'unica vera magica certezza della vita, da cui non si può non essere attratti. In fondo siamo scontati, noi umani: abbiamo bisogno di sapere che la vita vale la pena di essere vissuta. Siamo scontati e banali: abbiamo bisogno di aggrapparci a questa certezza per esorcizzarne un'altra uguale e contraria: quella della morte. Perché smettere di crescere, in natura, equivale a morire.

mercoledì 3 luglio 2013

'GRAZIE A ME'

I modi di dire possono essere molto diseducativi, a volte. Rifletto spesso su quelli utilizzati per esprimere la nostra gratitudine per qualcosa che va o che è andato bene: 'grazie a Dio', 'se Dio vuole', 'grazie al cielo', per fortuna', 'per buona sorte'... e anche su quelli per esprimere la nostra speranza sull'esito futuro di qualcosa: 'se Dio vorrà', 'a Dio piacendo','se la fortuna mi assiste', 'con l'aiuto della mia buona stella'... Non c'è un solo modo di dire, uno solo, che deresponsabilizzi Dio, il cielo, la sorte, il fato, la fortuna e responsabilizzi noi al posto loro. Non esistono modi di dire come ad esempio: 'grazie a me', 'per mia bravura', 'per mie capacità', 'grazie alla mia volontà', 'se io voglio','se io vorrò','se io mi impegno'... Non siamo abituati a prenderci la responsabilità della nostra vita e del nostro destino, responsabilità che preferiamo delegare a qualcosa di superiore, di ultraterreno, perché è più comodo, più facile. Nasciamo e cresciamo con una programmazione linguistica errata, nociva, diseducativa, deresponsabilizzante, deleteria per la nostra crescita e per il raggiungimento dei nostri obiettivi, per la considerazione che abbiamo di noi stessi, dei nostri mezzi, del potere della nostra mente, della nostra volontà. Cresciamo con la falsa credenza limitante che il nostro destino non dipende da noi, ci convinciamo che noi possiamo solo dare un misero contributo a ciò che è già scritto, che nulla o quasi è in nostro potere. Non è così. Proprio non lo è. 'Per fortuna', 'ringraziando il cielo', l'ho capito in tempo.

lunedì 10 giugno 2013

COME IL CIELO

Una volta ho letto da qualche parte che bisognerebbe essere come il cielo, infiniti, aperti, mutevoli. Io lo osservo spesso, il cielo. Non ha paura della luce infuocata del Sole, accecante e bruciante. Non ha paura delle nuvole, le lascia passare, non le trattiene né le spinge via. Le nuvole arrivano, passano e se ne vanno. A volte restano per un po' e provocano tuoni, lampi e piogge torrenziali che a noi possono fare paura, ma non al cielo. Il cielo sa che quelle nuvole e quella pioggia sono temporanee e utili, e che il sole tornerà a splendere di nuovo. Il cielo non teme il buio della notte, perché temporaneo, ciclico, rassicurante, necessario allo splendore della luna e delle stelle e complementare alla luce del giorno. Il cielo non teme niente, lascia che tutto sia, nel suo fluire e nel suo divenire. E' così che dovremmo essere.

mercoledì 5 giugno 2013

SAI, LA GENTE È STRANA

Accusiamo spesso 'la gente' di superficialità quando si limita a giudicare dalle apparenze. Non sono d'accordo, non lo sono minimamente. La 'gente', salvo essere legata a noi da amicizia profonda o amore, non è tenuta a vedere oltre quello che noi mostriamo. La 'gente' non è tenuta a psicanalizzare altra 'gente'. La 'gente' reagisce in base a ciò che vede e il biglietto da visita che porgiamo è fondamentale per il giudizio che questa 'gente' darà su di noi. E' responsabilità nostra dimostrare coerenza tra quello che appare e quello che noi siamo in realtà. Intendiamoci, siamo liberissimi di non farlo. Liberissimi di dare un biglietto da visita opposto a quello che siamo. Probabilmente lo facciamo per una forma di difesa. Probabilmente abbiamo una tale fragilità, una tale sensibilità e una tale vulnerabilità da scegliere di indossare una corazza e mostrare quella, alla 'gente'. Ma siamo colpevoli, prendiamone atto. Colpevoli di non aver capito che fragilità, sensibilità e vulnerabilità sono un pregio, un tesoro, una ricchezza. Sono quello che fa di noi degli esseri umani e quindi creature divine. (che l'aggettivo 'divine' sia inteso dai credenti come sinonimo di 'create da Dio' e dai non credenti o agnostici come sinonimo di 'meravigliose'). Siamo colpevoli di temere il giudizio della 'gente', colpevoli di considerare la 'gente' come il nemico da cui difenderci e non come persone nostre simili nel bene e nel male. Il nemico non è la 'gente', il nemico è la nostra paura. La paura della 'gente', la paura di noi stessi, la paura di essere umanamente imperfetti, la paura di vivere, la paura di ammettere che 'la gente' siamo noi.

INGREDIENTI

Mi è capitato, talvolta, di ricevere un sms e di sbagliare a leggere il mittente. Pensavo di averlo ricevuto da una persona anziché da un'altra (quella che me lo aveva realmente inviato). L'argomento era neutro e banale, dissertazioni su un programma televisivo, sul tempo, sul traffico, sull'influenza. Ho digitato la risposta al messaggio, più o meno elaborata, senza uscire dall'argomento, e un attimo prima di inviarlo mi sono accorta che avevo letto male il mittente, che me l'aveva mandato un'altra persona. A quel punto ho realizzato che il messaggio era totalmente da riscrivere. Eppure l'argomento era quello, e le mie opinioni in merito anche. E allora, che cambiava? Cambiava il linguaggio. Noi non parliamo la stessa lingua con tutti, non usiamo gli stessi toni, e cambia il modo di interagire. Cambiano i codici di comunicazione. Con certe persone usiamo l'ironia, con altre la seriosità, con certe persone utilizziamo il nostro dialetto regionale, con altre parliamo in modo molto più forbito, con qualcuno abbiamo in comune parole che racchiudono un mondo che ci accomuna solo e soltanto a quella persona. Cambiamo profondamente a seconda della persona che abbiamo davanti. Non siamo mai gli stessi, mai. C'è solo la nostra base che rimane la stessa, come una specie di neutra pasta sfoglia. Possiamo diventare dessert o torta rustica, a seconda di chi abbiamo davanti. E quanti tipi di dessert e di torte rustiche! Noi siamo solo ciò che l'interazione con gli altri ci porta ad essere, siamo ispirati dagli altri. Per questo le persone sole sono tristi, perché sono solo misera pasta sfoglia.

martedì 28 maggio 2013

IL GIOCO DELLE REGOLE

Ci sono persone che seguono le regole pedissequamente, alla lettera, e non sgarrano mai. Sono le persone noiose, pedanti, senza fantasia, che non arriveranno mai da nessuna parte. Ci sono persone che le regole non riescono e non vogliono seguirle e fanno esattamente il contrario. Sono i ribelli, che forse da qualche parte arriveranno, ma con prezzi troppo alti da pagare e spesso soli. Ci sono persone che le regole le aggiustano e le modificano a loro uso e consumo, per i loro scopi personali più o meno biechi. Sono i disonesti, che arrivano spesso lontano, ma anche loro soli e spesso infelici. Poi ci sono le persone che le regole le interpretano, ne studiano il significato, ne colgono l'essenza, le plasmano seguendo il buonsenso, le adattano alla situazione cercando di non tradirne il senso. Queste sono le persone che hanno capito il segreto della vita, che arrivano dove vogliono, circondate dall'amore di tutto e di tutti. Sono i padroni del mondo.

lunedì 20 maggio 2013

RESET



Mi sono sempre chiesta cosa succederebbe se potessimo, di tanto in tanto, resettare tutto, nella nostra vita, nella nostra testa, esattamente come si fa con un pc. Se tutti i file della nostra vissuta fino a quel momento, tutti i ricordi, le sensazioni, le emozioni, i desideri, i condizionamenti, i traguardi raggiunti e le sconfitte subite potessero all'improvviso, come per magia, scomparire nel nulla, lasciando nella nostra testa il vuoto totale, un vuoto pneumatico assoluto. Cosa succederebbe a quel punto? Suppongo che dovremmo ripartire da lì, da quello zero assoluto. Ma in che modo, se non abbiamo più tutti quei file che, messi insieme, generano quella indispensabile guida chiamata 'esperienza'? Cos'è che ci guiderebbe, a quel punto? Secondo quale criterio faremmo le nostre scelte? Avremmo gli stessi gusti, saremmo portati verso le stesse cose, percorreremmo le stesse strade, o comunque faremmo percorsi simili? Che peso ha la memoria storica nella nostra vita? E quanto è giusto o meno che abbia il peso che ha? Ogni singola cosa che ci accade, dal momento in cui nasciamo a quello in cui moriamo, lascia un segno indelebile, in qualche modo ci cambia, ci forgia, fa di noi quello che poi saremo. Ma noi abbiamo anche un DNA, partiamo da quello, abbiamo un carattere che è solo nostro, abbiamo gusti e tendenze istintivi, talenti innati, cose per le quali siamo naturalmente portati e altre per cui siamo irrimediabilmente negati. Mi chiedo come sarebbe la nostra vita vissuta solo ed esclusivamente in base al nostro DNA, mi piacerebbe capire come e in quale misura la vita, col nostro abile aiuto, riesce a soffocarlo.

martedì 14 maggio 2013

MADRI CORAGGIO

Premetto: non sono madre. Non sono più neanche figlia, ma lo sono stata, ovviamente, come tutti. E da (ex) figlia mi sento di parlare a cuore aperto a tutte le madri. Sempre più spesso vedo e sento donne che dicono di 'sacrificarsi' per i figli, di non uscire più, di non dedicarsi più ai loro svaghi, alle loro passioni, ai loro amici, alla loro persona, a niente che non sia i loro figli, talvolta per anni e anni. Alcune lo dicono con una certa soddisfazione e fierezza, certe che questi sacrifici conferiscano loro una impareggiabile nobiltà d'animo e che sia un biglietto garantito per un posto in prima fila in paradiso. Altre lo dicono con una dolorosa e sofferta rassegnazione, come se il giusto prezzo da pagare per l'immensa gioia di avere un figlio fosse necessariamente quello di vivere una vita di privazioni e sacrifici. Altre (una esigua minoranza, a dire il vero) lasciano trapelare un sottile filo di rabbia, un senso di ingiustizia che fa intuire che le poverine non sospettavano minimamente che la conseguenza del mettere al mondo un figlio fosse un tale repentino tracollo della loro vita privata e sociale. Da figlia, e solo da figlia, dico a queste madri che non è un bel sentire. Nessun figlio vuole essere il solo e unico scopo di vita di un genitore. Nessun figlio vuole questo fardello sulle spalle. Nessun figlio vuole una madre frustrata e infelice. Nessun figlio vuole una madre 'sacrificata' come un agnello pasquale. Nessun figlio vuole come modello un genitore che non sa godere della vita, che non si diverte, che non vive. Credo che tra i doveri di un genitore ci sia proprio quello di trasmettere ai propri figli l'amore per la vita, la gioia di vivere, la libertà, l'indipendenza, la possibilità di conciliare la maternità con il divertimento. Non ho mai visto un bambino gioire vedendo una mamma triste e frustrata, mai. Un figlio va educato alla felicità, e deve poter avere un modello di persona felice da imitare. Bisogna conoscere la felicità fin da bambini, per poterla cercare da grandi, e riconoscerla quando la si trova.

lunedì 6 maggio 2013

PIAZZA AFFARI (DI CUORE)

Innamorarsi delle potenzialità è come giocare in Borsa: ne puoi uscire arricchito e contento, oppure in miseria e infelice. E' facile innamorarsi delle potenzialità, ovvero di quello che una persona, una relazione, una situazione potrebbe diventare, potrebbe essere. Che al momento non lo sia ci è chiarissimo, quando ce ne innamoriamo, ma vediamo altrettanto chiaramente alcuni precisi e inequivocabili segni, indizi, accenni di una effettiva e reale possibilità di trasformazione, di cambiamento, proprio nello stesso identico modo in cui un bravo creatore di look vede una ragazza bruttina e conciata male e capisce che la può trasformare da brutto anatroccolo in cigno, o nello stesso modo in cui un bravo architetto vede un rudere e intuisce che potrà trasformarsi in reggia. Ma a noi spetta il lavoro arduo, la fatica, l'abilità di capire le tempistiche e le modalità di questa trasformazione, e soprattutto a noi spetta valutare i rischi. Non sarà facile sopportare l'eventuale nostro fallimento senza addossare la colpa al Fato o all'altra persona,. ma l'eventuale colpa è solo nostra, perché nessuno ci ha chiesto di innamorarci di ciò che che non è ma che potrebbe essere. Se lo facciamo, se decidiamo di correre questo rischio, dobbiamo essere disposti a tutto, anche al baratro. Bisogna stare talmente bene con noi stessi, essere talmente in sintonia con il nostro Io da poter rischiare con serenità, perché solo chi non ha niente da perdere non ha paura e può vincere. Solo le persone molto ricche possono giocare in Borsa con tranquillità, perché se vincono saranno ancora più ricche e se perdono saranno ricche comunque.